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«Signore, abbiamo bisogno tutti dell’amicizia come medicina della vita. Donaci la saggezza di vivere un ministero che coltivi l’amicizia spirituale, ne discerna i suoi erramenti, tentazioni e ricuperi, e, infine, ne benefici dei suoi frutti».

È stata questa preghiera a dare la cifra dell’omelia del vescovo Franco Giulio alla Messa Crismale di quest’anno, la celebrazione che – all’imbocco del Triduo Pasquale – vede riunirsi i preti diocesani (presente anche il vescovo novarese Filippo Ciampanelli in servizio presso la Santa Sede) per il rito di consacrazione degli oli santi e il rinnovo delle promesse sacerdotali.

Una scelta volutamente essenziale che ha visto il vescovo dedicare l’intera sua omelia alla lettura di un testo attorno all’«amicizia spirituale», scritto dal monaco medievale di Aelredo di Rievaulx.
Il brano ha offerto una vera e propria architettura dell’amicizia, a partire dalla sua definizione più profonda. «L’amore è un sentimento dell’anima per cui essa, spinta dal desiderio, cerca qualcosa e desidera goderne, abbraccia poi l’oggetto di questa ricerca»: così l’autore descrive la dinamica originaria del legame umano, che tende all’unione e alla custodia dell’altro. In questa prospettiva, «l’amico è come un custode dell’amore, deve conservare in un silenzio fedele tutti i segreti del mio animo». Non si tratta di una semplice affinità, ma di una comunione reale: «l’amicizia, dunque, è quella virtù che lega gli animi in un patto così forte che quelli che prima erano tanti ora sono una cosa sola». È questo il fondamento su cui Aelredo distingue con precisione tre forme di amicizia. La prima è quella «carnale», segnata dall’impulso e dalla superficialità: «Nasce dal solo sentimento, si butta su tutto in modo sconsiderato, imprudente, superficiale ed eccessivo».

È un legame instabile, destinato a consumarsi: «Come agitata dalle furie, si autodistrugge e prima o poi si spegne». La seconda è l’amicizia mondana, fondata sull’interesse e sulla convenienza. «Nasce dal desiderio di cose o beni temporali, è sempre piena di frodi e inganni. Tutto cambia col volgere della fortuna e… della borsa». E tuttavia, osserva l’autore, anche questa forma imperfetta può talvolta aprire a qualcosa di più autentico: «Ciò che fa nascere questo tipo di amicizia viziosa» può condurre «alcuni a un certo grado di amicizia vera». Al vertice si colloca l’amicizia spirituale, la “vera amicizia”, che non cerca altro se non se stessa: «Cercata non perché si intuisce un qualche guadagno di ordine terreno. Ma perché ha valore in se stessa». È una sintonia profonda, «nelle cose umane e divine, piena di benevolenza e di carità», al punto che «gli amici non possano neppure volere ciò che è male». Una relazione che si nutre delle virtù cardinali: «È guidata dalla prudenza, è retta dalla giustizia, è custodita dalla fortezza, è moderata dalla temperanza».

Infine, il testo ne mostra i frutti. L’amicizia autentica ha una funzione etica e trasformativa: «Dà gusto, con la sua soavità, a tutte le virtù, con la sua forza seppellisce i vizi». È spazio di libertà e confidenza: «Quale gioia avere uno con cui tu abbia la libertà di parlare come a te stesso, uno cui affidare tutti i segreti e tutti i progetti del tuo cuore!». Tanto che l’amicizia diventa la dimensione essenziale dell’essere uomini: «Un uomo senza amici è come una bestia. Guai a chi è solo, perché se cade non ha chi lo sollevi. Colui che è senza amici vive nella solitudine più totale».

Fino all’immagine conclusiva, che riassume il senso dell’intera meditazione e che il vescovo ha voluto trasformare, in questa Pasqua, in una preghiera per i presbiteri e per tutti i fedeli: «Un amico è una medicina per la vita».

L’articolo e altri servizi provenienti dalla Diocesi di Novara si possono trovare sul nostro settimanale in edicola e online da venerdì 3 aprile. Il settimanale si può leggere abbonandosi cliccando qui.

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