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La nostra fede pasquale ha la forma di una confessione gioiosa che proclama che “Gesù è risorto!”. L’espressione domanda di riflettere su tre aspetti: il linguaggio, il destinatario e la testimonianza.

         1.  Il linguaggio.

L’espressione “Gesù è risorto, è il Vivente” rappresenta un’abbreviazione della confessione di fede pasquale. Una formula di fede antichissima si trova nella Lettera ai Romani: «Poiché se confesserai con la tua bocca che Gesù è il Signore, e crederai con il tuo cuore che Dio lo ha risuscitato dai morti, sarai salvo» (10,9). Questa formula mette in luce l’azione di Dio su Gesù, del quale è conosciuta da parte di tutti la fine ignominiosa sul patibolo della croce. L’azione divina viene espressa con una frase relativa: Dio è «colui che ha risuscitato il Signore Gesù». Questo diventa il nome definitivo di Dio!

L’espressione nel suo tenore è simile a quella che troviamo nell’episodio dei discepoli di Emmaus. I due fanno ritorno a Gerusalemme e trovano gli undici, «radunati, che continuavano a dirsi l’un l’altro: “Il Signore è risorto ed è apparso a Simone”» (Lc 24,34). Questa seconda formula non ha al centro l’azione divina, ma il suo effetto nella persona di Cristo e si avvicina alla professione di fede della Prima lettera ai Corinti «Cristo è stato risuscitato il terzo giorno secondo le Scritture ed è apparso a Cefa» (15,4).

La lingua della fede pasquale confessa l’azione di Dio nei confronti di Gesù di Nazaret: il suo messaggio e le sue parole, i suoi incontri e i suoi gesti, la sua dedizione fino alla morte di croce, il volto di Dio che egli rivela e comunica sono la vita stessa di Dio. La vicenda di Gesù non è terminata nel fallimento e nella maledizione, ma contiene in germe la vita stessa di Dio. Dobbiamo ricuperare il centro della nostra fede: Dio trasforma la nostra inimicizia, ingiustizia, invidia, menzogna, aggressività e violenza, sino a farci guerra, trasfigurandole nel gesto di amore di Gesù, che diventa sorgente inesauribile di vita.

     2. Il destinatario.

L’espressione “Gesù è risorto” è rivolta a qualcuno, ha un destinatario. Negli Atti degli Apostoli i destinatari sembrano addirittura provocati con un atto di accusa: «voi l’avete inchiodato sulla croce per mano di empi e l’avete ucciso. Ma Dio lo ha risuscitato, sciogliendolo dalle angosce della morte, perché non era possibile che questa lo tenesse in suo potere» (At 2,23-24).

C’è un contrasto tra “voi” che avete consegnato e ucciso e “Dio” che lo ha risuscitato togliendolo dagli artigli della morte. Il contrasto tra l’agire degli uomini che mettono a morte con le loro violenze e le loro guerre e Dio che fa vivere Gesù non dà solo ragione a Lui, ma ridona a noi la speranza di cambiare vita. Gesù è colui che “salva gli altri e non salva sé stesso”, neppure con la pretesa di mostrare che Dio ha ragione. Gli uomini, invece, in nome di Dio dicono a Gesù di scendere dalla croce per salvare sé stesso.

Per questo l’annuncio pasquale chiede una svolta ai destinatari: l’annuncio di Pietro domanda un mutamento di rotta, un passaggio dall’idea di Dio, che si tenta di manipolare a proprio tornaconto, all’esperienza di Dio a cui ci si affida: «All’udir tutto questo si sentirono trafiggere il cuore e dissero a Pietro e agli altri apostoli: “Che cosa dobbiamo fare, fratelli?”. E Pietro disse: “Pentitevi e ciascuno di voi si faccia battezzare nel nome di Gesù Cristo, per la remissione dei vostri peccati; dopo riceverete il dono dello Spirito Santo”» (At 2,37-38).

         3. La testimonianza.

La fede pasquale non annuncia solo una notizia inaspettata, non la proclama soltanto ai quattro venti, ma la propone come “testimonianza”. Lo stile della testimonianza qualifica il modo di dire dei primi cristiani, perché plasma la loro esistenza: ciò che essi dicono agli altri è avvenuto in sé stessi, ciò che dicono di Dio che dà la vita a Gesù è la sorgente inesauribile della novità pasquale. Pasqua significa “passaggio”: è la svolta tra il precedente abbandono, fuga, tradimento, incomprensione dei discepoli Gesù e la nuova forma del vedere, che è un conoscere “in modo nuovo” Gesù.

Ascoltiamolo dal fresco annuncio del mattino di Pasqua. Alle donne che vanno al sepolcro, si accostano due uomini con una parola che interpreta la loro ricerca: «Perché cercate tra i morti il Vivente? Non è qui…» (Lc 24,5-6). L’annuncio dei due personaggi in vesti sfolgoranti vuole distogliere le donne dal cercare tra le cose passate, tra gli eventi compiuti (“tra i morti”), per aprirle verso un’altra direzione, verso un “oltre” insospettato: quello della vita presso Dio. All’inizio il nostro desiderio subisce un dis-orientamento. È impossibile ritrovare il Risorto solo nella linea del prolungamento delle nostre attese, di una speranza della vita che va oltre la morte. Il profeta crocifisso non va cercato tra i morti, non è lì! Bisogna cercare da un’altra parte.

Il desiderio degli uomini di ogni tempo, e anche per noi oggi, spera una vita in pienezza, ma non può raggiungerla da solo, se non irrompe dall’alto l’annuncio della risurrezione. Vedere il volto di Dio che si rivela nel Risorto corrisponde all’attesa degli uomini, ma non è nella loro possibilità passare dalla tomba all’in­contro con Lui. Gesù risorto è colui che è fedele sino alla fine alla dedizione di Dio e provoca la svolta della fede: da un Dio su misura dell’uomo ad un uomo che si lascia trasformare dalla vita di Dio.

Lo ha detto con un’espressione geniale Papa Benedetto XVI a Verona (2006): «La cifra di questo mistero è l’amore e soltanto nella logica dell’amore esso può essere accostato e in qualche modo compreso: Gesù Cristo risorge dai morti perché tutto il suo essere è perfetta e intima unione con Dio, che è l’amore davvero più forte della morte. […] La sua risurrezione è stata dunque come un’esplosione di luce, un’esplosione dell’amore che scioglie le catene del peccato e della morte. Essa ha inaugurato una nuova dimensione della vita e della realtà, dalla quale emerge un mondo nuovo, che penetra continuamente nel nostro mondo, lo trasforma e lo attira a sé. […] La nostra vocazione e il nostro compito di cristiani consistono nel cooperare perché giunga a compimento effettivo, nella realtà quotidiana della nostra vita, ciò che lo Spirito Santo ha intrapreso in noi col Battesimo: siamo chiamati infatti a divenire donne e uomini nuovi, per poter essere veri testimoni del Risorto e in tal modo portatori della gioia e della speranza cristiana nel mondo, in concreto, in quella comunità di uomini e di donne entro la quale viviamo».

Questo è il mio augurio pasquale!

+ Franco Giulio Brambilla, vescovo di Novara

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