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La spiritualità semplice nata in famiglia e nella comunità di origine, alimentata sin da ragazzo all’Isola di San Giulio, gli anni di formazione e di ricerca in Seminario e poi l’ultimo, grande, passo verso il sacerdozio, con il diaconato. C’era tutta la storia della vocazione di Gregorio Clementi, in cattedrale, durante la celebrazione della sua ordinazione diaconale, percepibile come in controluce, attraverso i volti dei parrocchiani di Pettenasco (suo paese di origine), i sorrisi un po’ emozionati dei tanti amici e giovani incontrati in questi anni di formazione e la presenza dei compagni di studi.

Quel ragazzino incontrato all’Isola di San Giulio

E poi attraverso le parole dell’omelia del vescovo Franco Giulio che ha presieduto la celebrazione. «Mi ricordo ancora bene quel 30 gennaio di 15 anni fa: era la prima volta che arrivavo da vescovo in diocesi e feci visita all’isola di san Giulio – ha detto mons. Brambilla -. Tra i ragazzi presenti c’era anche Gregorio: il suo è un nome non così comune: mi è rimasto impresso. Aveva 11 anni (oggi 25 ndr.) ed era un ragazzino molto magro, come adesso, che sta concludendo il suo cammino di formazione».

La diaconia dell’umiltà

Il vescovo, commentando le scritture proposte dalla liturgia, ha sottolineato tre dimensioni della “diaconia”, del “servizio” che è il cuore del diaconato, ma che resta tale anche per i presbiteri e per i vescovi.

«Anzitutto – ha detto – quella forse più importante. La diaconia dell’umiltà». Che si traduce, per il vescovo, in un atteggiamento e in una postura psicologica che si libera dal «desiderio di salvare tutti», che rischia da un lato di scadere in un «delirio di onnipotenza» e dall’altro di sentirsi schiacciati dalla responsabilità e dal peso delle difficoltà. In una realtà nella quale il prete è sempre più chiamato a farsi prossimo, ad ascoltare, ad accompagnare situazioni difficili, quella che ha indicato il vescovo non è una strada della chiusura in se stessi o del rifugio dal mondo, ma la capacità di incontrare le persone con lo stile giusto.

E qui il secondo aspetto della diaconia dell’umiltà: «mettersi in relazione con le persone, senza schemi rigidi». Un suggerimento – che come spesso ha fatto –  mons. Brambilla ha dato a tutti coloro che hanno responsabilità formative: dai genitori, agli educatori sino agli allenatori di squadre sportive. Per il vescovo teologo «le idee, le teorie (che ho studiato ed elaborato per tutta la vita) devono servire ad aiutarci a comprendere il mondo e la realtà in cui viviamo. Ma non possono sostituirla, non possono venire prima delle relazioni vere».

Infine, l’ultimo aspetto dell’umiltà del diacono e del presbitero: «ricordarsi sempre che la vostra parola è la parola del Signore. È quella che deve guidare ogni vostro intervento e vostra scelta».

La diaconia dell’Eucaristia

La centralità del Signore è quella che definisce anche la seconda dimensione del diaconato, la «diaconia eucaristica». Come scrive Paolo nella seconda lettera ai Corinzi, «siamo solo vasi di creta, però custodiscono un inestimabile tesoro. Non dimentichiamolo mai. Anche quando celebriamo». Due i rischi: dimenticare il tesoro «e celebrare riti sciatti», oppure di dimenticare di essere solo vasi che lo costudiscono e dare troppa importanza agli orpelli.

La diaconia della Carità

L’ultima dimensione del diaconato è quella del servizio nella carità, ha spiegato il vescovo citando il passaggio del vangelo di Giovanni in cui Gesù dice «vi ho chiamati amici, non servi». L’appello del vescovo a Gregorio e a tutta la comunità è di trovare una strada per la carità «che non si limiti a rispondere a un bisogno, ma che sappia liberare dal bisogno». È la strada seguita dai grandi santi della carità, capaci di lasciare alle spalle una grande eredità, «che non hanno voluto salvare tutti, ma hanno saputo appassionare alla carità altri, che hanno potuto portare avanti la loro opera».

Il cammino vocazionale di Gregorio

Il rito in cattedrale è stato soprattutto una grande festa per questa vocazione che sta arrivando alla maturazione. Un cammino iniziato – come ha ricordato il vescovo – da molto lontano per Gregorio.   

«La mia vocazione  – racconta al nostro giornale – nasce e trova un terreno accogliente principalmente nella mia parrocchia d’origine». È lì che ha trovato accompagnamento nella fede e un luogo nel quale il servizio liturgico è diventato qualcosa di più.

«Fin da piccolo mi sono sentito accolto e guidato dalla mia comunità dove ho imparato ad amare e seguire il Signore Gesù», spiega. Tra i primi ricordi c’è il servizio all’altare come chierichetto. «Da bambino ho sempre amato svolgere il servizio all’altare facendo il chierichetto, davanti all’immagine della Madonna della Neve che ho scelto di usare come ricordo della mia ordinazione».

L’altare della parrocchia di Pettenasco è uno dei luoghi decisivi della sua storia vocazionale. «Proprio l’altare della mia parrocchia e il mistero eucaristico sono stati il luogo in cui il Signore ogni volta mi ha chiamato e mi ha attirato sempre più vicino a sé».

Quel primo servizio si è trasformato in una domanda più profonda. «L’amore per l’Eucarestia e per la mia comunità è andato crescendo con l’età e specialmente negli anni del liceo ha risvegliato in me le grandi domande della vita e della fede».

Al percorso parrocchiale si è affiancata la frequentazione del monastero dell’Isola San Giulio. Dopo la maturità, poi, il desiderio di dedicarsi alla Chiesa si è fatto più esplicito. «Questo desiderio sempre più insistente di seguire più da vicino il Signore Gesù e di servire la Chiesa mi ha spinto a domandare di essere ammesso nella comunità del Seminario diocesano». Era il settembre 2020.

Sono seguiti gli anni della formazione e della maturazione personale, spirituale e pastorale. «Questi anni sono stati preziosi innanzitutto per una maturazione spirituale, personale e pastorale», afferma Clementi. Ha prestato servizio nelle comunità di Intra, Romentino e Briga. «Ognuna di queste realtà mi ha aiutato a crescere nell’amore di Cristo e nell’offerta della propria vita a servizio della Chiesa universale e particolare».

Nell’anno dell’VIII centenario della morte di san Francesco, ad accompagnare questa ordinazione è proprio il santo di Assisi. «Di lui – dice ancora Gregorio – san Bonaventura scrive che  “l’amore di Cristo aveva trasformato l’amante nell’immagine stessa dell’amato”». E allora,  la preghiera alla quale affida  questi giorni è: «Che l’amore per Lui veramente trasformi la mia vita a sua immagine e mi renda un testimone credibile per tutte le persone che incontrerò nel cammino».

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