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Si può discutere di tutto: se alle famiglie debba essere chiesto un impegno maggiore nell’apprendimento dell’italiano, se servano criteri per distribuire meglio gli studenti, e soprattutto se la cittadinanza e le origini familiari da sole bastino per dire se questi ragazzi conoscono davvero la lingua peggio dei loro coetanei italiani “doc”. Resta il fatto che trasformare queste domande in argomenti impronunciabili non aiuta né la scuola né l’integrazione.

Serve anzitutto guardare i rischi di politiche costruite attorno a una soglia percentuale. Il primo è proprio dare per presupposto che la cittadinanza possa diventare un criterio prevalente rispetto ai principi della Costituzione che dicono che la scuola è aperta a tutti. Il secondo è trasformare una percentuale in un’etichetta, facendo apparire come un problema la presenza stessa di bambini stranieri e non le eventuali difficoltà linguistiche che devono affrontare.

C’è poi una questione molto pratica che le percentuali mandano in secondo piano: la scuola riflette il territorio nel quale vive. I ragazzi abitano dove abitano le loro famiglie, che a loro volta si concentrano dove trovano lavoro e casa. Non si può pensare che la scuola possa governare queste forze di trasformazione e che con la ricomposizione delle classi si possa dare una forma e una direzione alla società in cui viviamo.

Ma, a ben guardare, sopra tutto questo resta il rischio più grande: dimenticare che la persona non ha etichette. L’integrazione richiede certamente la padronanza della lingua, regole, responsabilità delle famiglie e la capacità della scuola di accompagnare chi parte da condizioni diverse. Ma anche una società fatta di relazioni, fiducia e una politica che sia davvero capace di ridurre le disuguaglianze.

L’editoriale del condirettore Fabrizio Frattini, con l’approfondimento dedicato agli Studenti stranieri e altri servizi dalla Diocesi di Novara saranno sul nostro settimanale in edicola e online da venerdì 2 ottobre. Il settimanale si può leggere abbonandosi cliccando qui

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