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Il proposito dichiarato è quello di consegnare alla città un simbolo contro ogni forma di violenza. L’intenzione del sindaco Giandomenico Albertella, nel proporre di intitolare il lungolago di Intra a Sergio Ramelli, muove dunque da un principio sul quale sarebbe difficile non riconoscersi: la condanna della violenza politica, di qualunque colore essa sia, e la volontà che la memoria delle vittime diventi un monito per le generazioni che vengono.

Eppure una scelta nata, nelle intenzioni, per parlare di unità sta producendo divisione. La manifestazione promossa dall’Anpi Vco per domenica 27 settembre, le oltre 4mila firme raccolte contro il cambio di intitolazione, l’adesione di associazioni, partiti e sindacati, la contrapposizione politica che ne è scaturita raccontano una città nella quale la memoria, invece di farsi terreno comune, torna a essere una linea di confine.

È forse questo l’aspetto più preoccupante della vicenda. Perché, in qualche modo, quella contrapposizione fa riassaporare proprio il clima degli anni nei quali Ramelli venne ucciso. Un tempo in cui le idee, anziché incontrarsi, diventavano appartenenze; le appartenenze, frontiere; le frontiere, trincee. Sergio Ramelli fu uno dei troppi giovani di quella generazione travolta dalla violenza politica. Vite perdute a destra e a sinistra, nella lunga colata di piombo che ricoprì gli anni Settanta. Una generazione cresciuta fra buone letture e grandi ideali, talvolta luminosi, talvolta tragicamente fraintesi, che finì per scoprire quanto possa diventare oscuro un ideale quando smette di riconoscere nell’avversario un uomo.

George Brassens lo disse con l’ironia amara che gli apparteneva: «Mourir pour des idées, l’idée est excellente, moi j’ai failli mourir de ne l’avoir pas eue. Car tous ceux qui l’avaient, multitude accablante, en hurlant à la mort me sont tombés dessus» (Morire per delle idee, l’idea è affascinante, ho rischiato di morire senza averla avuta. Perché tutti coloro che la avevano — una moltitudine opprimente — mi si scagliavano contro gridandomi: a morte). 

Dietro il paradosso c’è una verità semplice e terribile: nessuna idea vale una vita. Sono passati cinquant’anni, e quella violenza ha cambiato volto. 

Non abita più, almeno nella stessa forma, soltanto le piazze e le strade: si è trasferita anche nelle parole del dibattito pubblico che corre sui social. Le ferite non sono più necessariamente visibili, ma la logica della contrapposizione può essere la medesima.
Per questo le scelte di un’amministrazione dovrebbero avere la cautela di chi maneggia la memoria. Non soltanto per stabilire chi meriti una targa, ma per interrogarsi su ciò che quella targa produrrà nella comunità. Se l’obiettivo è ricordare i giovani innocenti inghiottiti dalla violenza, perché non chiamare quel luogo ai “Tutti i giovani vittime della violenza politica”?

Sarebbe una memoria senza steccati. Un modo per guardare indietro senza tornare indietro. Perché il passato abbia finalmente il compito che dovrebbe essergli affidato: non riaprire le ferite, ma insegnare ai vivi a non infliggerne di nuove.

Articolo completo e altri servizi dalla Diocesi di Novara saranno sul nostro settimanale in edicola e online da venerdì 25 settembre. Il settimanale si può leggere abbonandosi cliccando qui

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