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Le parole che Leone XIV ha pronunciato in Francia durante il suo viaggio apostolico non riguardano soltanto quella nazione. La loro forza sta nella possibilità di leggerle come una sollecitazione anche per l’Italia e la nostra diocesi. Al centro dei discorsi del Papa è tornata più volte una parola semplice e decisiva: fraternità.

In Francia essa appartiene alla storia stessa della Repubblica, insieme a libertà e uguaglianza. Ma fraternità è anche una parola profondamente cristiana, legata a persona, fratello e sorella, prossimo, comunione, carità, famiglia umana. Leone XIV ha messo queste due tradizioni una di fronte all’altra, non per contrapporle ma per interrogarle. Ed è proprio per questo che le sue parole possono essere riascoltate al-di-qua delle Alpi.

La fraternità, valore etico universale

Il Pontefice ha ricordato all’Eliseo che «libertà, uguaglianza e fraternità» rimandano a «esigenze etiche universali» che trovano nel Vangelo una fonte di ispirazione. Lo Stato può assumerle come principio della convivenza tra cittadini, ma il Cristianesimo pone ad esse il loro principio costitutivo. La risposta cristiana non parte dallo Stato, ma dalla persona, che possiede una dignità che precede la sua condizione sociale, la cittadinanza e la cultura. In tal senso la fraternità – assorbita nel corso della sua storia nella libertà e nell’uguaglianza – può essere un principio politico, ma nella prospettiva cristiana è anzitutto una verità sull’uomo. Leone XIV non si è fermato però alla fraternità “nazionale.”

Ha rivolto un auspicio programmatico: «che la vostra fraternità abbracci l’intera umanità». È un appello che domanda a tutti che la fraternità autentica non si fermi solamente a chi appartiene ad una cultura o condivide una fede ma comprenda – in quanto virtù etica universale – tutti. E ha parlato nel suo discorso all’Unesco, della «tentazione di Babele» di fronte a una globalizzazione perseguita «senza fraternità». Si possono avere tanti contatti e numerose connessioni senza però avere relazioni profonde. La fraternità autentica introduce infatti una distinzione: non basta essere vicini, bisogna essere prossimi. È la differenza tra una società che garantisce la coesistenza e una società che costruisce una comunità.

Allo Stade de France, rispondendo ai giovani, Leone XIV ha parlato di fraternità anche nei confronti di «coloro che non credono o che appartengono ad altre tradizioni religiose». È una precisazione importante, perché impedisce di interpretare la fraternità come un progetto esclusivamente civile, proprio perché affonda le sue radici nell’unità della famiglia umana: non si limita ai cristiani e non chiede all’altro di diventare simile per poterlo riconoscere come fratello/sorella. La fede non perde la propria identità quando dialoga con chi non crede; la fraternità evangelica si verifica anche nella capacità di riconoscere l’altro nella sua libertà e nella sua differenza.

La lezione sulla laicità

La Francia rappresenta una delle forme più rigorose di distinzione tra Stato e religioni. Leone XIV non ha chiesto di superare questa distinzione ma, nei suoi discorsi, ha messo in discussione l’idea che la neutralità dello Stato debba tradursi nell’irrilevanza pubblica della religione. All’Eliseo ha parlato di una «giusta laicità», precisando con quell’aggettivo «giusta» che essa non consiste nell’escludere la religione dalla sfera pubblica o dall’istruzione, ma nel favorire il dialogo tra Stato e istituzioni religiose al servizio del bene comune. È una distinzione che vale per l’Italia, dove sulla «laicità giusta» prevale continuamente l’istanza laicista, quell’orientamento cioè nel quale la dimensione religiosa tende ad essere relegata nel privato e nella mancanza di ruolo nel dibattito e nelle istituzioni pubbliche. La laicità autentica, sottolinea Leone XIV, significa che lo Stato non appartiene a una confessione e garantisce la libertà di tutti; da questo, però, non consegue che i credenti debbano lasciare la propria fede fuori dalla porta quando entrano nella società. Una democrazia può essere laica senza essere ostile alla dimensione religiosa e una Chiesa può partecipare alla vita pubblica senza pretendere di governarla. Il punto dirimente è l’anelito al bene comune.

Una Chiesa che crea legami

Quale contributo può offrire allora la Chiesa alla società? La risposta suggerita da Leone passa attraverso la fraternità e non una Chiesa che reclama un ruolo, ma una che costruisce relazioni. Non attraverso una presenza pubblica misurata sulla quantità di influenza esercitata, ma sulla qualità del bene generato. Non attraverso la nostalgia di una società cristiana, ma la capacità di vivere il Vangelo dentro una società pluralista. In questo senso la fraternità è molto più di una parola pastorale: è una forma di presenza nella società.

La Chiesa, che la pratichi, può offrire luoghi nei quali le persone tornano a incontrarsi; comunità nelle quali il fragile non sia considerato un peso; esperienze nelle quali il povero non sia soltanto destinatario di assistenza ma persona riconosciuta nella propria dignità.

Dalla Francia all’Europa

Leone XIV ha poi allargato lo sguardo alla storia europea, richiamando al Centro Congressi “Robert Schuman” di Metz, lo «spirito benedettino di fraternità, comunione e condivisione» e l’opera di Alcide De Gasperi e di Robert Schuman. Per i Padri fondatori, l’Europa non nasce soltanto da trattati e istituzioni, ma anche da un lungo processo di riconciliazione tra popoli che avevano combattuto tra loro.

La fraternità diventa così anche una categoria politica: la pace non consiste semplicemente nell’assenza della guerra e la convivenza non si costruisce soltanto attraverso regole. Leone XIV non offre una risposta politica, ma una chiave culturale più profonda, quella di un’Europa non soltanto capace di amministrare diritti e interessi, ma anche di generare appartenenza, solidarietà e responsabilità reciproca.

La consegna per l’Italia

Il viaggio di Leone XIV in Francia può essere letto anche come una sollecitazione rivolta all’Italia.
Alla società: non confondere la libertà con l’individualismo e l’uguaglianza con la semplice titolarità dei diritti; una società libera ha bisogno anche di legami. Alla Chiesa: non confondere la presenza pubblica con il potere; una Chiesa presente non è necessariamente quella che conta di più nelle istituzioni, ma quella che sa generare fraternità. Alla politica: non pensare che le istituzioni possano fare tutto; le leggi sono indispensabili, ma non possono produrre da sole relazioni umane. A tutti, credenti e non credenti, una domanda: che cosa accade alla fraternità quando rimane soltanto una parola?

Il Papa non chiede alla Francia di scegliere tra Repubblica e Vangelo – e non chiede all’Italia di scegliere tra laicità e cristianesimo -, ma si interroga: è possibile costruire una società nella quale la persona venga prima dell’individuo, il legame prima della solitudine e il bene comune prima della semplice somma degli interessi? La fraternità autentica e cristiana non pretende di sostituirsi a quella civile; le ricorda però che nessuna istituzione può produrre da sola ciò che tiene insieme una comunità: il riconoscimento dell’altro, la cura del fragile, la responsabilità reciproca.

È qui che la Chiesa italiana può giocare la sua partita più vera: non conquistare spazio, ma generare legami; non rivendicare centralità, ma rendere visibile la fraternità. Perché la vera frontiera non passa tra credenti e non credenti. Passa tra una società che si limita a garantire la coesistenza e una società che prova a costruire comunità. Perché libertà e uguaglianza possono essere scritte nelle leggi; la fraternità, invece, deve essere scritta nella vita.

Marco Canali

Articolo completo e altri servizi dalla Diocesi di Novara saranno sul nostro settimanale in edicola e online da venerdì 2 ottobre. Il settimanale si può leggere abbonandosi cliccando qui

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