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Papa Leone è andato a Lampedusa, il 4 luglio scorso. Punto. Questa è la notizia, il dato che non dobbiamo mai dimenticare. E prima di lui era andato Papa Francesco, l’8 luglio 2013, nel suo primo viaggio. È un fatto, un dato. Prima ancora delle parole. 4 e 8 luglio sono date da ricordare, come il 25 aprile o l’11 settembre. Date che segnano la storia, di tutti. Di credenti o non credenti. Di Italiani, Europei e di ogni altra persona del mondo, migrante o non migrante.

Prima ancora delle parole è importante il gesto, la scelta. E proprio il 4 luglio, festa degli USA, il papa americano non va negli Stati Uniti, dove pure era stato invitato, ma va a Lampedusa. Che altro c’è da aggiungere. Questo basta e avanza per toccare le coscienze di tutti, di credenti e non credenti, di politici ed economisti.

La “globalizzazione dell’indifferenza”

Tocca direttamente anche le nostre comunità cristiane, non esenti dal rischio della «globalizzazione dell’indifferenza», come aveva detto Papa Francesco nell’omelia a Lampedusa: «La cultura del benessere, che ci porta a pensare a noi stessi, ci rende insensibili alle grida degli altri, ci fa vivere in bolle di sapone, che sono belle, ma non sono nulla, sono l’illusione del futile, del provvisorio, che porta all’indifferenza verso gli altri, anzi porta alla globalizzazione dell’indifferenza. In questo mondo della globalizzazione siamo caduti nella globalizzazione dell’indifferenza. Ci siamo abituati alla sofferenza dell’altro, non ci riguarda, non ci interessa, non è affare nostro! … “Adamo dove sei?”, “Dov’è il tuo fratello?”, sono le due domande che Dio pone all’inizio della storia dell’umanità e che rivolge anche a tutti gli uomini del nostro tempo, anche a noi. Ma io vorrei che ci ponessimo una terza domanda: “Chi di noi ha pianto per questo fatto e per fatti come questo?”. Chi ha pianto per la morte di questi fratelli e sorelle? Chi ha pianto per queste persone che erano sulla barca? Per le giovani mamme che portavano i loro bambini?… Siamo una società che ha dimenticato l’esperienza del piangere, del “patire con”: la globalizzazione dell’indifferenza ci ha tolto la capacità di piangere!

La parola “Remigrazione”

Ma oggi oltre all’indifferenza ritorna inquietante un’altra parola: “Remigrazione”. Incompatibile con il Vangelo. Una vera bestemmia. Una parola che rischia di tradursi in scelte concrete, in un progetto politico con un fascino che non risparmia nessuno, credenti e comunità cristiane comprese.

Il gesto di Papa Leone a Lampedusa

Ecco allora il gesto di Papa Leone: la preghiera sulle tombe dei migranti morti in mare, lo sguardo sul mare, mano nella mano una donna, con un bimbo in grembo, e una bambina e un bambino accanto alla porta d’Europa. Mentre i potenti parlano di guerre, di respingimenti, Papa Leone ci chiede di guardare da tutt’altra parte. «C’è anche chi sceglie di non farsi prossimo e chi decide di non decidere», dice Papa Leone nell’omelia. «I morti in questo mare sono vittime sia di decisioni prese, sia di decisioni mancate.

Il disinteresse per il bene comune e la corruzione nei luoghi di provenienza, un sistema economico mondiale che genera povertà ed esclusione, la paura che alimenta pregiudizi e disprezzo, l’idea che tali problemi non ci riguardano, i calcoli criminali di chi lucra sul dramma altrui, il lento e difficile passaggio da una mera gestione delle emergenze all’elaborazione di politiche organiche e condivise: tutto questo riproduce oggi, del racconto evangelico, la fretta di “passare oltre”».

Le parole di mons. Lorefice

Ha scritto mons. Corrado Lorefice, vescovo di Palermo e Presidente della commissione Cei per le migrazioni: «Noi siamo stati fatti per essere pescatori di uomini… e dove c’è un uomo e una donna che vogliono attraversare il mare o qualsiasi confine o muro innalzato dagli uomini, noi non possiamo non essere presenti come Chiesa…». Cos’altro aggiungere? Nessuna parola, solo: «O’scià!»

Don Renato Sacco
Consigliere nazionale
Pax Christi

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