«Ci vorrebbe un miracolo al contrario, trasformare il vino in acqua», azzarda qualche coltivatore con un pizzico di ironia e blasfemia.
Di vino ne è rimasto in abbondanza, oltre 50 milioni di ettolitri nelle cantine italiane. Proventi della vendemmia 2025, invenduti a causa del crollo dei consumi. Di acqua, invece, poche gocce, cercate con disperazione dai risicoltori per salvare campi riarsi e una stagione sitibonda.
L’uno e l’altro settore agricolo soffrono il cambiamento climatico, un’estate torrida, ma anche nuove tendenze. Con poche eccezioni che confermano però una regola diffusa in quasi tutta Italia.
Ma andiamo con ordine cominciando dalla risicoltura, che nel classico triangolo Novara-Vercelli-Pavia rappresenta il fulcro europeo.
Qui i Consorzi irrigui Est Sesia (Novara) e Ovest (Vercelli) stanno ricorrendo al sistema della turnazione, vale a dire distribuzione di acqua con riduzione di apporti, per evitare che la produzione sia compromessa.
I canali irrigatori (Cavour, Regina Elena) sono allo stremo, anche il più grande bacino (Lago Maggiore) denuncia un livello inferiore di un metro sotto la soglia normale. Soltanto con un equilibrio e un’attenzione costante si riesce a evitare il collasso e anche episodi di tensioni tra risicoltori.
Ma il problema non è soltanto irriguo. Il 30 luglio a Roma si terrà il Tavolo nazionale della filiera risicola, con il ministro Lollobrigida. La crisi del settore non è dovuta unicamente alla siccità. La concorrenza e il crollo dei prezzi stanno mettendo a dura prova le aziende.
Nel 2025 sono arrivati in Italia oltre 300 milioni di riso straniero, in aumento del 10% rispetto all’anno precedente, l’80% dal Sudest asiatico.
Cristina Brizzolari, azienda agricola a Casalbeltrame, presidente di Coldiretti Piemonte:
«Abbiamo chiesto al ministero la convocazione del Tavolo inserendo, nell’ambito del piano Coltiva Italia, un fondo dedicato ai contratti di filiera».
«Le imprese risicole stanno affrontando una fase di estrema difficoltà, che rischia di compromettere la stabilità economica e la continuità produttiva di una coltura strategica per l’agricoltura italiana e i nostri territori» aggiunge Fabrizio Rizzotti, vicepresidente Coldiretti Novara Vco con delega al settore risicolo.
E Giovanni Chiò, presidente Confagricoltura Novara Vco:
«Le quotazioni dei risi da Lunghi A destinati al parboiled continuano a non coprire i costi di produzione e le proposte contrattuali avanzate dall’industria non sono sufficienti a garantire un’adeguata remunerazione».
Qualche esempio comparativo con lo stesso periodo 2025: la varietà Vialone Nano ha subito un calo di prezzo del 60%; per Baldo e Sant’Andrea -48% e -61%; per Arborio e Carnaroli -31% e -27%. Per il cosiddetto Lungo B (riso Indica, non da risotto ma da contorno e insalata) il ribasso supera il 40%.
Al tempo stesso stanno aumentando gli acquisti dall’estero di riso lavorato confezionato (+40%), con Pakistan (32% del totale), Thailandia (26%) e Cambogia (19%) quali principali Paesi fornitori. E vengono registrati anche arrivi da Paesi interni europei, come la Spagna.
Malgrado questa tempesta perfetta (siccità, crollo dei prezzi, concorrenza straniera), i risicoltori novaresi e gli altri resistono in trincea nella difesa di un prodotto molto identitario.
Natalia Bobba, presidente di Ente Nazionale Risi, azienda agricola a Vinzaglio, ha temuto che la situazione scoraggiasse i produttori tanto da orientarli a ridurre la coltivazione.
«Invece il sondaggio da noi effettuato ci restituisce un quadro confortante: la superficie non dovrebbe subire tracolli, ma attestarsi al di sopra del 230 mila ettari, come da previsioni. Sulla resa del prodotto è ancora tutto da scoprire e da verificare nelle prossime settimane».
E per il vino? Si parla di trasformazione in aceto, almeno per una parte.
In Piemonte i principali consorzi (come il Consorzio del Barolo, Barbaresco, Alba, Langhe e Dogliani) hanno deliberato tagli obbligatori alle rese. Per esempio, è stato stabilito un taglio del 10% per Langhe Nebbiolo e Barbera d’Alba DOC (portato a 90 quintali per ettaro), per garantire l’alta qualità e sostenere i prezzi.
Misure prudenziali e di contenimento, non proprio drastiche come sta avvenendo in altri Paesi europei (ad esempio in Francia) dove si è dato inizio agli estirpi dei vigneti.
Osservati speciali sono i consumi. L’Unione italiana vini sottolinea che nel mese di giugno si è registrato un rallentamento di quelli dei vino Dop sia su base annuale (-20%) sia rispetto a maggio (-30%).
Il paradosso è che questa volta il bicchiere è mezzo pieno (consumi più che dimezzati) ma la botte strabocca. Si salverà la qualità, non certo la quantità.
Paolo Rovellotti, noto viticoltore in Ghemme e presidente di Fedora, l’agenzia speciale della Camera di Commercio Monte Rosa Laghi Alto Piemonte:
«I nostri vigneti sono esclusi da queste misure drastiche. La nostra è una produzione di nicchia e di alto pregio, si salverà. Non abbiamo giacenze importanti, puntiamo alla qualità e contiamo su una clientela italiana e straniera che continua ad apprezzarci. Il vero, unico ostacolo, è rappresentato dal clima: la vendemmia potrebbe essere anticipata addirittura di un mese, ma abbiamo bisogno di acqua, piogge nella fase di rifinitura della maturazione».
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