A quasi otto anni dalla tragedia del Ponte Morandi, il dolore della famiglia Cecala resta immutato. La sentenza di primo grado pronunciata dal Tribunale di Genova sul crollo del viadotto, costato la vita a 43 persone il 14 agosto 2018, rappresenta un passaggio importante nel lungo percorso giudiziario, ma non può restituire quanto è stato perduto.
Fra le vittime c’erano anche Cristian Cecala, la moglie Dwanna e la figlia Crystal, di appena nove anni, una famiglia molto conosciuta e amata a Oleggio. Ad assistere alla lettura della sentenza erano presenti Antonio e Rosi Cecala, fratello e sorella di Cristian, che hanno voluto indossare ancora una volta la maglietta con la fotografia della famiglia sorridente, diventata in questi anni il simbolo della loro battaglia per ottenere giustizia.
«È un momento che aspettavamo da otto anni – racconta Antonio Cecala –. La strada è ancora lunga, perché siamo soltanto al primo grado di giudizio, ma questa sentenza è certamente superiore alle aspettative. Ci aspettavamo delle condanne, ma non così significative. È una decisione storica, che riconosce responsabilità importanti. Ora ci saranno sicuramente gli appelli, ma questo rappresenta un primo passo fondamentale».
Parole che, però, non riescono ad alleggerire il peso di una sofferenza rimasta immutata nel tempo.
«Nessuna sentenza cancella ciò che abbiamo vissuto – prosegue Antonio –. Il dolore non passa, non si supera. Si impara soltanto a convivere con un’assenza che accompagna ogni giorno. Dare però un nome alle responsabilità significa restituire almeno un po’ di giustizia alle vittime e ai loro familiari».
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