Una schiuma per «catturare» i PFAS e separarli dall’acqua. È partita al depuratore di Novara la prima sperimentazione industriale in Italia del SAFF40, una tecnologia sviluppata in Australia che potrebbe aprire una nuova strada nel trattamento delle acque contaminate da PFAS (sostanze perfluoroalchiliche e polifluoroalchiliche), composti conosciuti anche come «inquinanti eterni» per la loro elevata persistenza nell’ambiente.
A presentare il progetto è stato l’amministratore delegato di Acqua Novara.VCO, Daniele Barbone. L’arrivo del SAFF40 a Novara rappresenta la fase più avanzata di un percorso iniziato con i test di laboratorio e proseguito a Briga Novarese, dove la prima prova sul campo si è conclusa a luglio.
Ora l’asticella viene alzata. Se a Briga il sistema era stato utilizzato sui reflui civili e industriali della rete fognaria, a Novara le prove vengono estese anche ai percolati delle discariche, con l’obiettivo di verificare il funzionamento della tecnologia su matrici differenti e particolarmente complesse.
«Siamo arrivati alla scala industriale – spiega Barbone –. Novara è l’unico impianto in Italia dove è in corso una sperimentazione di questo tipo». L’investimento complessivo per i sei mesi di attività ammonta a circa 400 mila euro. I risultati ufficiali saranno presentati a novembre.
I PFAS «catturati» dalla schiuma
Il principio sul quale si basa il SAFF – acronimo di Surface Active Foam Fractionation – consiste nell’utilizzare l’aria per concentrare e rimuovere i PFAS presenti nell’acqua. Le bolle immesse nel liquido catturano le sostanze e le trascinano verso la superficie, dove si forma una schiuma che viene successivamente separata.
Il trattamento avviene attraverso diversi passaggi. La schiuma ottenuta viene nuovamente processata, aumentando progressivamente la concentrazione dei PFAS fino a ottenere un volume estremamente ridotto nel quale le sostanze risultano fortemente concentrate.
Per i PFAS a catena lunga, i primi dati indicano un’efficacia di rimozione superiore al 99 per cento. Saranno però le prove condotte a Novara a stabilire le prestazioni del sistema sulle diverse tipologie di reflui.
«Stiamo cercando di utilizzarlo nelle condizioni più “spinte” possibili – sottolinea Barbone – perché vogliamo capire fino a dove può arrivare. Lo stiamo provando sulle acque civili e industriali e anche sui percolati delle discariche, che rappresentano un concentrato di contaminanti».
Oltre 4 mila controlli sul territorio
La ricerca tecnologica è soltanto una parte della strategia avviata da Acqua Novara.VCO. L’altro fronte è quello del monitoraggio, con l’obiettivo di ricostruire la diffusione dei PFAS sul territorio e individuarne le possibili fonti.
Tra il 2023 e il 2025 sono stati effettuati complessivamente 4.162 controlli, ai quali se ne sono aggiunti altri 990 nel 2026 fino al 25 agosto.
Soltanto nel 2025 sono stati eseguiti 497 campionamenti sulle acque destinate al consumo umano, 509 sui reflui fognari di 21 depuratori e 212 sugli scarichi industriali di 120 stabilimenti. Un’attività che negli anni è stata progressivamente ampliata e che ha permesso di costruire una fotografia sempre più dettagliata della presenza di queste sostanze.
Uno dei dati più significativi riguarda proprio le attività produttive: tra gli scarichi industriali sottoposti a controllo, il 49 per cento è risultato positivo alla presenza di PFAS.
«È un dato in parte inatteso – osserva Barbone – perché non si aveva conoscenza di una diffusione così ampia».
PFAS anche dove non vengono utilizzati
Le verifiche hanno fatto emergere anche un fenomeno più difficile da ricostruire: la presenza di PFAS in alcuni cicli produttivi nei quali queste sostanze non risultano formalmente utilizzate.
Nel confronto avviato con imprese e associazioni di categoria è infatti emersa la «presenza di PFAS anche dove non ci sono materie prime con PFAS», riconducibile anche alla presenza di contaminanti.
Per risalire all’origine delle sostanze, Acqua Novara.VCO sta lavorando direttamente con le aziende attraverso un monitoraggio più accurato degli scarichi, la ricostruzione dei flussi e la realizzazione di bilanci di massa.
«Immaginare di intervenire soltanto presso gli impianti di depurazione è perdente – rimarca Barbone –. Bisogna agire sempre più a monte e coinvolgere le aziende che utilizzano queste sostanze».
La strategia: intervenire alla fonte
È proprio la prevenzione a monte il principio sul quale Acqua Novara.VCO ha costruito il proprio piano d’azione. Tre le direttrici: monitoraggio, coinvolgimento di imprese e istituzioni e innovazione tecnologica. Da una parte la mappatura del territorio e la ricerca delle fonti, dall’altra il confronto con aziende, associazioni di categoria, Regione, Arpa, Asl e Province, fino alla sperimentazione di nuovi sistemi di trattamento.