«Con cuore di figlio, di fratello, di padre, chiedo a tutti voi e per tutti noi la conversione del cuore: passare da “A me che importa?” al pianto. Fratelli, l’umanità ha bisogno di piangere, e questa è l’ora del pianto». Sono le parole dell’omelia di Papa Francesco a Redipuglia il 13 settembre 2014. Sì, anche oggi abbiamo bisogno di piangere. Come abbiamo fatto sabato scorso a Domodossola, in un silenzio intenso e pesante, con scritti i nomi di oltre 18.000 bambini uccisi a Gaza. Non sappiamo più stare in silenzio di fronte alle vittime. Non sappiamo più piangere. Anche per questo, credo, ci sono state molte polemiche sui social contro questa iniziativa. Forse perché quel sudario, realizzato con un lenzuolo molto leggero, in realtà pesava sulla coscienza di ognuno. Soprattutto di chi non fa nulla e trova però sempre motivo per criticare. «La globalizzazione dell’indifferenza», diceva Papa Francesco. Per questo abbiamo bisogno di vincere con l’amore la «globalizzazione dell’impotenza», come dice Papa Leone, con i suoi continui appelli a una pace disarmata e disarmante.
Ne abbiamo parlato con Tonio Dell’Olio, già coordinatore nazionale di Pax Christi e ora membro del Consiglio di Pax Christi International: «Noi abbiamo bisogno ancora di comprendere esattamente che cosa sia successo lì e perché continuiamo con insistenza a dire “genocidio”. Gli orrori che sono avvenuti e che continuano ad avvenire credo siano sotto gli occhi di tutti, ma non forse ancora nel cuore di tutti, e allora ben venga anche l’iniziativa del 5 settembre, il Sudario a Domodossola, e tutte le altre che riusciamo in qualche modo a imbastire, compreso anche il Nobel ai bambini di Palestina e di Gaza, proprio perché è una promessa solenne, un debito che abbiamo contratto con la gente di Gaza e che dobbiamo onorare almeno con la memoria e con l’impegno sui diritti che devono essere riconosciuti in questo momento ai sopravvissuti della Palestina. Ai sopravvissuti, perché le condizioni di vita a cui sono sottoposti non sono degne di essere definite umane».
C’è molta gente che, con una buona dose di malafede, chiede provocatoriamente: «Vabbè, adesso avete in mente solo Gaza, e quelli della Nigeria?». «Allora – continua Tonio Dell’Olio – potremmo dire anche quelli del Congo, del Myanmar, di Haiti, del Sudan e dell’Ucraina… Gaza in qualche modo diventa il simbolo, perché tutto è avvenuto in spregio di ogni norma del diritto internazionale e con una complicità, una connivenza vera e propria di una comunità internazionale che non è riuscita ad alzare la voce, a denunciare, a ripristinare almeno i rudimenti, i ruderi, si direbbe oggi, di un diritto internazionale che dovrebbe garantire la pace. È anche per questo che nei giorni scorsi abbiamo scritto alle forze politiche in Italia per chiedere di impegnarsi maggiormente, rafforzare tutto il lavoro della diplomazia, del dialogo, dell’incontro, a smetterla con il riarmo che, lungi dal garantire la pace, invece la minaccia, la prepara, la sollecita. Quindi non è tanto mettere Gaza al primo posto, ma dire che Gaza ci ricorda tutti gli altri conflitti e, in maniera particolare, ci ricorda tutti gli innocenti che sono vittime di un conflitto. Una cosa che non abbiamo considerato abbastanza nella coscienza pubblica è che tutte le armi che vengono progettate e che vengono anche vendute e comprate in questo commercio turpe sono dirette alla popolazione civile: non discriminano l’obiettivo! Da Hiroshima e Nagasaki questo avviene sempre più in modo esplicito. E tra l’altro non c’è mai stato un ‘processo di Norimberga’ per quelle bombe atomiche e nessuno le ha mai giudicate nella storia. Da quel momento in poi la popolazione civile paga il prezzo più alto e di questo non parliamo e non riusciamo a creare una coscienza, una consapevolezza maggiore. Tra l’altro la dottrina sociale della Chiesa e persino i parametri della legittima difesa, che vengono tanto spesso invocati per giustificare la guerra, certamente non possono essere ottemperati da questi sistemi d’arma e tantomeno da quelli con l’applicazione dell’intelligenza artificiale che oggi vengono appunto utilizzati».
In questi giorni abbiamo visto i funerali di Stato di Mladic, condannato dal Tribunale penale internazionale. Ma continuiamo a essere alleati del primo ministro israeliano che ha un mandato di arresto dalla Corte penale internazionale. Aveva ragione Papa Francesco: “Il male, per vincere, ha bisogno di complici”. In questi giorni Israele ha vietato ai bambini di Gaza anche di giocare con gli aquiloni. Che dire? Non ci sono parole. Resta però la speranza. Resta la certezza che la vita è più forte della morte. Anche con il coraggio di disobbedire a leggi ingiuste come il disegno di legge che verrà approvato in questi giorni in Italia. Quei bambini uccisi ci chiedono di non tacere.
Don Renato Sacco
consigliere nazionale
di Pax Christi