Viviamo nel tempo della memoria corta. Un tempo che sembra incapace di fermarsi e di voltarsi indietro. Forse lo sgomento di questi anni, segnati dalla guerra alle porte dell’Europa, dalla tragedia di Gaza e dalla crisi che si allarga attorno a Hormuz, cancellano persino la capacità di guardarsi alle spalle. Proprio quando sarebbe più necessario farlo. Quest’anno ricorre il 25° anniversario dell’attacco alle Torri Gemelle.
Un anniversario tondo, dunque, ma che sembra non trovare nel discorso pubblico e nelle occasioni ufficiali lo spazio che ci si potrebbe attendere. Anche sul nostro territorio la ricorrenza appare quasi in sordina. Eppure è uno di quei passaggi che dividono la storia in un prima e in un dopo.
Sono arrivate le guerre in Afghanistan e in Iraq, sono morte centinaia di migliaia di persone, si è affermata l’idea di uno scontro di civiltà inevitabile. La geopolitica è stata raccontata attraverso una semplificazione brutale: da una parte i buoni, dall’altra i cattivi. Una contrapposizione che ha finito per offrire una giustificazione all’impiego della forza e a una politica internazionale sempre meno disposta a riconoscere limiti, mediazioni e responsabilità. Oggi, però, quella grossolana ideologia sembra non essere nemmeno più necessaria.
L’abbandono del diritto internazionale, il ricorso alla forza, la rinuncia alla diplomazia sembrano poter procedere senza bisogno di costruzioni retoriche. La pace non è più nemmeno un argomento da difendere a parole. Non bastano le immagini delle migliaia di bambini morti in Medio Oriente e in Ucraina. Non basta l’orrore. E forse è proprio per questo che la memoria di quel terribile giorno di settembre, venticinque anni dopo, appare meno utile.
Perchè ricordare significa mettere in discussione il presente.
E il presente, forse, preferisce dimenticare.