Un lungo telo bianco ha attraversato le strade di Domodossola. È il Sudario per Gaza, un drappo di venticinque metri per sette e mezzo sul quale sono stati scritti 18.457 nomi di bambini e ragazzi palestinesi uccisi nella Striscia di Gaza nei primi ventidue mesi di conflitto, dal 7 ottobre 2023 al 31 luglio 2025. Un’immagine forte, scelta per trasformare un lenzuolo destinato a coprire i morti in una testimonianza di vita, di memoria e di pace.
Sabato scorso più di trecento persone hanno accompagnato il Sudario nel suo passaggio per la città, da largo Madonna della Neve fino alla stazione ferroviaria e ritorno. Un corteo diverso da molte altre manifestazioni: niente slogan e niente comizi, ma il silenzio, interrotto soltanto dalla musica di un violino. Un modo per lasciare che quei nomi potessero essere ascoltati e che ciascuno avesse il tempo di fermarsi e riflettere.
L’iniziativa, nata dai volontari di Carnia per la Pace, ha già attraversato diverse città italiane. A Domodossola è stata accompagnata da Ivan Marin e accolta dagli organizzatori locali, con la partecipazione di persone provenienti da tutto il Verbano, il Cusio e l’Ossola e degli Artigiani per la pace, promotori del Battello della pace dello scorso ottobre. Una scelta non casuale quella di Domodossola, Medaglia d’Oro della Resistenza, città che nella propria storia ha legato il valore della libertà a quello della pace.
Durante la manifestazione è stato letto anche un testo di Paola Caridi, autrice del libro “Sudari”. E proprio il confronto tra quei corpi avvolti nei lenzuoli bianchi e i nomi scritti sul grande telo ha riportato al centro il volto concreto delle vittime. Don Renato Sacco, di Pax Christi, ha parlato del Sudario come di un oggetto leggero nel peso, appena dodici chili, ma pesantissimo per le coscienze.
A raccontare l’esperienza è anche Leonora, che ha partecipato al corteo. Per lei quei migliaia di nomi sono diventati un unico volto, quello della Sindone e, per i cristiani, il volto di Gesù, martoriato dalla violenza ma capace di annunciare una vita più forte della morte.
La conclusione della manifestazione, con una danza palestinese, ha così assunto un significato preciso: non un funerale, ma una celebrazione della vita. La speranza che continua a danzare nonostante il dolore e la violenza, e l’impegno a non dimenticare quei nomi.
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