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Con la celebrazione della Festa del Campanile, la comunità parrocchiale di Varallo vive uno dei momenti più importanti del cammino pastorale dell’anno: occasione di ritrovo attorno alla chiesa madre di tutte le realtà che operano nella parrocchia. La ricorrenza è occasione per annunciare il progetto di restauro che riguarderà le sei tele che descrivono altrettanti episodi della vita del santo vescovo Gaudenzio, patrono della città e dell’intera diocesi.

I sei quadri vennero realizzati dal pittore valsesiano Pier Francesco Gianoli, a partire dal 1654 e, pertanto, erano destinati ad essere collocati nella precedente chiesa, completamente ricostruita a partire dall’inizio del XVIII secolo, per volontà dell’allora venerabile prevosto Benedetto Ludovico Giacobini, grazie alla generosità della principessa Maria Cristina Ferrero Fieschi di Masserano.

Fonte di ispirazione per i soggetti delle sei tele fu il racconto biografico del proto vescovo così come è stato restituito dalla redazione medievale della sua vita che, nel suo nucleo originale, potrebbe risalire all’età carolingia e che finì per diventare quello accolto e diffuso dalla tradizione.

I quadri che saranno sottoposti al recupero, grazie al contributo del Ministero della Cultura, su progetto della Soprintendenza di Novara che dirigerà i lavori, rappresentano soltanto alcuni degli episodi riportati dal racconto agiografico, redatto a scopo liturgico quando nella basilica, che conservava il venerato sepolcro del santo e che fu purtroppo demolita nel XVI secolo per far posto ai baluardi difensivi della città, venne a essere costituito un collegio canonicale.

L’usanza di raccontare le vicende di un santo attraverso grandi quadri si diffonde a partire dal Seicento e trova grande fortuna proprio in area lombarda.

Tra i confronti possibili, basti ricordare i due cicli di teleri con episodi della vita di San Carlo Borromeo e dei miracoli lui attribuiti, realizzati per il Duomo di Milano; i quadroni con la vita di San Lorenzo di Novara, per la cattedrale della città e quelli con la vita dello stesso Gaudenzio per la basilica a lui intitolata, dipinti da Giovanni Mauro della Rovere.

Seguendo la cronologia del testo, la prima tela, recante una scritta che ricorda un certo Giuseppe (Marchini?) di Morondo che ne fu (forse) il donatore, rappresenta il giovane Gaudenzio che, allontanato dai parenti essendo divenuto cristiano, lascia la città natale di Ivrea dove era stato educato cristianamente dalla pia matrona Giuliana.

Accolto nel cenobio vercellese dal vescovo Eusebio, tra i chierici che egli stava formando al sacerdozio, Gaudenzio si dimostrò da subito persona di retta fede, spiccate virtù e grande coraggio.
Ordinato sacerdote, seguì il maestro nel suo esilio in oriente, dove venne condannato per la sua fiera opposizione all’eresia ariana.

Da quella lontana terra, Eusebio lo rimandò in Italia per proseguire l’opera di cristianizzazione del territorio subalpino e prendersi cura delle comunità già presenti tra cui, appunto, quella novarese. Sempre secondo la trama di questa vita medievale, in città, Gaudenzio avrebbe coadiuvato nell’apostolato il presbitero Lorenzo, poi ucciso, con i bambini che stava catechizzando, da alcuni sacerdoti ancora legati agli antichi culti pagani.

La tradizione colloca nell’anno 398 l’ordinazione episcopale di Gaudenzio, per opera del vescovo Simpliciano, successore di Ambrogio – deceduto il 4 aprile del 397 – sulla cattedra di Milano.
Tre dei teleri illustrano alcuni momenti del rito: la solenne invocazione dello Spirito Santo, con il vescovo, assistito da chierici, che pone le mani sul capo dell’ordinando, mentre in primo piano figura un uomo riccamente vestito in abiti seicenteschi; la consegna del libro delle Sacre scritture – tela su cui ancora si riesce a leggere il riferimento cronologico “Aprilis 1654” – e l’imposizione delle insegne episcopali, alla presenza di altri due vescovi. Quest’ultimo quadro venne eseguito riproducendo una stampa di Marco Ravelli, come recita la scritta ancora in parte visibile.

Il ciclo del Gianoli comprende altre due esecuzioni che descrivono miracoli post mortem del patrono. Il primo – come si legge sul cartiglio dipinto – venne offerto, nel 1654, dalle donne che facevano parte del sodalizio della Dottrina Cristiana e mostra la venerazione della salma di Gaudenzio. Sempre secondo la tradizione, infatti, il Vescovo sarebbe morto, attorniato e compianto dai suoi discepoli, il 22 gennaio 418. Per alcuni mesi, il suo corpo, in attesa di venire sepolto, si sarebbe conservato intatto, mostrando segni di una perdurante vitalità, con la crescita di capelli e unghie che i fedeli devotamente tagliavano e conservavano come reliquie, fino alla sepoltura avvenuta il successivo 3 agosto. Questa data sembra essere quella più antica in cui veniva celebrato il ricordo del primo vescovo e soltanto successivamente – dal IX secolo – si aggiunse e si impose quella del 22 gennaio.

I componenti della Compagnia di Sant’Orso, che avevano il patronato sull’omonima cappella, già sede della corporazione di agricoltori e calzolai, pagarono il quadro che rievoca la liberazione di una donna posseduta dal demonio. La matrona, che si era in precedenza recata a Roma per chiedere la guarigione a San Pietro, ebbe una visione dello stesso apostolo che la invitò a recarsi presso il sepolcro del beato Gaudenzio nella città di Novara. Giunta accanto alle sue reliquie, fu miracolosamente liberata dallo spirito che la tormentava e glorificò Dio per la potente intercessione del santo vescovo.

Nella collegiata varallese, oltre a questi sei quadri, altre importanti opere tramandano il ricordo del patrono e ne testimoniano la venerazione da parte della comunità. La grande tela del De Grott, posta sulla controfacciata della chiesa, descrive Gaudenzio nell’atto di spegnere l’incendio che minacciava di distruggere la città di Novara. Il santo Vescovo, svegliato nel cuore della notte dai suoi chierici, esce sulle soglie dell’episcopio e si trova davanti ad uno spettacolo drammatico. Molte abitazioni sono già state raggiunte dalle fiamme, mentre gli abitanti si affrettano a fuggire o a mettere in salvo le loro sostanze. Il coraggioso pastore, con un segno di croce, arresta il fuoco che, miracolosamente, si spegne, senza ulteriori danni.

Anche il Ferrari, che del santo portava il nome, ha immortalato Gaudenzio in una delle tavole del polittico che ancora campeggia nell’abside della chiesa. Due sono invece le sculture: una in pietra, sopra il portale d’ingresso, che mostra il santo seduto in cattedra benedicente e una lignea più moderna statua, opera dello scultore Vogliano, oggi collocata accanto all’altare maggiore.

Al Borsetti fu, invece, affidato il compito di dare forma e colore alla gloria del santo, nella volta del presbiterio. L’opera illustra alla lettera il testo della vita medievale “…mentre con le rimanenti forze il beatissimo non cessava di ammaestrare il popolo, venne il tempo glorioso del suo passaggio. E mentre affidava alla terra le membra mortali, lo spirito, che già da lungo tempo anelava di partecipare ai cori angelici, salì al cielo”. Gaudenzio è condotto in cielo dagli angeli e accolto dalla Vergine Maria, per essere accompagnato al cospetto della Trinità e ricevere il premio riservato a chi, come lui, fu amministratore fedele e saggio del gregge di Dio.

Don Damiano Pomi

Don Damiano Pomi, presbitero diocesano e docente presso la Pontificia Università Gregoriana

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