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«La giustizia penale non considera mai le esigenze della vittima. Condanna per un reato, ma qualcuno si chiede mai cosa vorrebbe la vittima? Chi ha perso un familiare vuole sapere altro: perché l’autore di quel reato ha deciso un mattino di alzarsi e sparare 91 colpi». Sono le parole di Giovanni Ricci, figlio dell’appuntato Domenico, uno dei caduti della scorta di Aldo Moro in via Fani nel 1978, al convegno diocesano Caritas all’oratorio di Borgomanero. Un appuntamento dal titolo “Lo scandalo della giustizia riparativa”, che ha visto come co-relatore Franco Bonisoli, ex brigatista rosso, nel gruppo di fuoco di via Fani.

Due persone legate da un omicidio che, con questo percorso di riconciliazione che mette a confronto autori e vittime di un reato, sono diventate amici.

Giovanni Ricci, Franco Bonisoli e la moderatrice Anna Cattaneo

Il convegno è stato «il terzo incontro del ciclo che la Caritas – spiega il direttore, don Giorgio Borroni – ha proposto sul tema del carcere e della giustizia riparativa». Appuntamenti pensati per il Giubileo 2025 che la Diocesi dedica al mondo carcerario e all’actio emblematica “Spazi di Speranza”. A Borgomanero quest’ultimo progetto è stato presentato con la direttrice del carcere di Verbania, Claudia Piscione.

Ad aiutare Ricci a superare quella domanda senza risposta l’incontro con chi, quel giorno, agì in via Fani. «Avevo bisogno di sapere perché. Per 47 anni mi sono svegliato ogni mattina con qualcuno che aveva trovato ‘la verità sul caso Moro’. Ma nessuno mi ha chiesto come stessi. Avevo dentro qualcosa che mi distruggeva». A un certo punto però qualcosa cambia. «È stato quando è nato mio figlio, che ho chiamato come mio padre. Mi sono chiesto: ‘e se mio figlio dovesse incontrare il figlio di un terrorista che cosa dovrebbe provare? Odio, rabbia, condanna?’».

I partecipanti al Convegno Caritas

Lì, in quel momento, «ho deciso di ricominciare a vivere. E abbandonare l’odio, che stava diventando così grande da volere una vendetta personale. Ho così intrapreso questo cammino durato 8 anni. Ho incontrato uomini e donne che avevano scontato tutta la loro pena. Finché ho odiato le avevo considerate oggetti, poi esseri umani». Ricci ha anche incontrato chi ha sparato quel giorno, Valerio Morucci. «Mi ha chiesto se sapessi chi fosse. Ho detto di sì, ma gli ho anche risposto che la croce che porta lui è più grande della mia. Negli anni, pian piano, le ferite per le vittime si chiudono: si va avanti. Ma lui viene ancora chiamato terrorista, assassino. E questa cosa non la porta solo lui, ma anche la sua famiglia. Con Franco siamo diventati amici. Lui mi ha detto: “non posso restituirti tuo padre, ma dimmi qualsiasi cosa che posso fare, son qui accanto a te”».

Un cammino che ha unito i responsabili della lotta armata degli anni ‘70 con i famigliari delle vittime. Una storia di dolore, coraggio, riconciliazione. E che è stato raccolto ne “Il libro dell’incontro” del 2015.
Molto forte la testimonianza di Bonisoli: «Ho fatto parte delle Brigate Rosse, ero presente nel commando di via Fani. Per questi reati sono stato condannato a 4 ergastoli e ho vissuto molti anni nelle carceri di massima sicurezza». Un’esperienza che non l’aveva cambiato. «Nei processi continuavamo a essere contro lo Stato. Vivere in un carcere duro mi giustificava ancora di più». Poi, dopo una serie di percorsi, Bonisoli ha scelto di rompere con la lotta armata. «Dopo 22 anni ho ottenuto la libertà. Sono riuscito a ricostruire la mia famiglia, a intraprendere un lavoro e a svolgere volontariato. Ad Arese collaboro con il centro salesiano, seguendo ragazzi difficili». Restava però un problema: «Avevo pagato secondo le leggi dello Stato. Ma alle persone cui abbiamo fatto danni irreparabili, cosa restava? Da qui l’esperienza della giustizia riparativa. Questo percorso mi ha permesso di liberarmi dai sensi di colpa e trasformarli in senso di responsabilità. Ho ritrovato un’umanità che avevo negato».

Bonisoli ricorda il primo incontro con Agnese Moro: «Era interessata a chi fossi io oggi. Mi chiedeva delle attività di volontariato, della mia famiglia, dei figli. Non mi chiedeva niente del passato. Le chiesi: “Possiamo restare da soli?”. E lei: “Ma certamente”. Mi disse: “Non voglio sapere niente del passato, lo conosco. Mi interessa sapere chi sei tu oggi”».

A precedere i due relatori, Anna Cattaneo, presidente di InConTra, Centro di Giustizia Riparativa di Bergamo, che ha organizzato tutti gli incontri e ha partecipato interamente al percorso di dialogo che ha visto protagonisti i due ospiti. «Questo percorso è tutt’altro che una scorciatoia, è una allungatoia. Ma è l’unica che permette alle vittime di uscire dalla prigionia del dolore e ai responsabili di liberarsi dalle gabbie che si sono costruiti». Il percorso è iniziato nel 2008, voluto dal gesuita Guido Bertagna, dalla docente Claudia Mazzuccato e dal criminologo Adolfo Ceretti e reso noto poi ne “Il libro dell’incontro”.

«Non sono stati incontri facili. Ci sono stati momenti in cui sembrava tutto potesse crollare: una parola sbagliata, uno sguardo, e si rischiava di far cadere tutto. Ma ce l’abbiamo fatta». Un giorno «Agnese Moro chiese, guardando Franco e gli altri: “ma voi quella sera, prima di andare a uccidere un uomo, cosa avete fatto? Siete andati a dormire? Avete messo la sveglia?” Sono domande abissali, senza risposta, ma sono le domande che spalancano cammini nuovi».

Oggi Giovanni e Franco girano le scuole insieme, incontrano migliaia di studenti. «Un ragazzo mi disse: “Ma allora se ci sono riusciti loro, dovrei andare da quello stronzo del mio vicino di casa con cui ho litigato e parlargli”», racconta Franco. «Ecco, questa è la chiave. Quello che abbiamo vissuto si può tradurre nella vita quotidiana».

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