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Cari ragazzi, vi scrivo alla vigilia della Veglia delle Palme, con il cuore ancora pieno di quello che ho visto e vissuto quest’estate, nei giorni del Giubileo dei Giovani. Vorrei che queste righe non fossero un resoconto ma una lettera. Perché quello che è accaduto a Roma, dal 28 luglio al 3 agosto, merita di essere raccontato a voi – anche a chi non c’era – con la stessa emozione di chi ha attraversato quei giorni in prima persona.

Settantamila giovani italiani. Oltre un milione da centoquaranta Paesi del mondo. Una città, Roma, che si è fatta casa comune: parrocchie aperte, palestre trasformate in dormitori, strade piene di zaini e di facce stanche e luminose insieme. Non era uno spettacolo. Era un popolo.

La cosa che mi ha colpito di più, però, non erano i numeri. Erano i volti. Ragazzi partiti per curiosità, altri trascinati da un amico o da un prete, altri ancora mossi da un bisogno che faticavano loro stessi a nominare. Ragazzi che portano addosso le fatiche di questo tempo: la precarietà, la paura del futuro, la stanchezza di un mondo polarizzato e rumoroso. Eppure, erano lì, in cammino. Pellegrini di speranza, come aveva chiesto Francesco a Lisbona nel 2023.

In quei giorni i ragazzi non si sono limitati a camminare per le strade di Roma. Si sono fermati. In dodici chiese della città, dalle periferie al centro storico, si sono confrontati con dodici parole prese dalla Spes non confundit: coraggio, soglia, riscatto, responsabilità, coscienza, scoperta, promessa, popolo, gioia, abbraccio. Parole che sembravano astratte e invece, dentro quelle navate, prendevano carne e storia. Accanto a loro c’erano testimoni veri: persone uscite dal carcere, scienziati, missionari, gente che aveva attraversato il dolore e ne era uscita con qualcosa in mano. Non teorie. Vita.

Si sono anche “sporcati le mani”. Alcune ore le hanno dedicate al servizio diretto: mense, case di accoglienza, comunità per minori, anziani, persone senza dimora. I posti per queste esperienze di prossimità sono andati esauriti in fretta – segno che i giovani non cercano solo emozioni, ma vogliono capire se la speranza è una forza vera. E molti sono tornati con una certezza nuova: la speranza non si trova guardandosi dentro, ma uscendo verso l’altro.

Il 31 luglio, in Piazza San Pietro, hanno vissuto la Confessio Fidei: un cammino personale e comunitario ispirato alla figura di Pietro, con musica, testimonianze, proclamazione della Parola e il gesto battesimale dell’aspersione. Presso la tomba dell’apostolo, dopo 1700 anni dal Concilio di Nicea, hanno professato insieme la fede. Non come rito formale, ma come scelta. Come uno che dice: anch’io ci sono.

Ho visto poi i ragazzi in fila per ore sotto il sole di agosto per confessarsi. Non per obbligo. Ma perché qualcosa aveva fatto breccia. Molti non si confessavano da anni. Il clima era di misericordia, non di tribunale. E i giovani lo hanno sentito con tutto il corpo: accolti, non giudicati. Capiti, non processati.
Alla Veglia di Tor Vergata, Papa Leone XIV ha consegnato ai ragazzi una preghiera semplice, quasi infantile: «Grazie Gesù, per averci amati. Grazie Gesù, per averci chiamati. Resta con noi, Signore! Resta con noi!».

L’ho sentita ripetere sui pullman del ritorno, nelle voci rauche di chi aveva cantato tutta la notte. Quella preghiera è diventata il sigillo di un’esperienza. Il nome segreto di qualcosa che era successo davvero.
Se dovessi dirvi cos’è rimasto di quei giorni, userei una sola parola: insieme. In una cultura che spinge verso la solitudine e il “ciascuno per sé”, quei giorni hanno mostrato che la speranza non è un sentimento privato. È qualcosa che si costruisce con gli altri, per gli altri.

Adesso siamo alla Domenica delle Palme. Gesù entra a Gerusalemme tra la gente, tra i rami, tra i canti. Sa già quello che lo aspetta. Eppure, cammina. Anche voi siete chiamati a questo: camminare anche quando la strada non si vede bene. Portare la speranza non come un’idea ma come uno stile di vita – nei gesti piccoli, nel servizio gratuito, nello sguardo che non giudica.

Papa Leone ha chiesto ai giovani di non lasciare che il Giubileo resti “solo un ricordo in belle foto”, ma di lasciar vedere in loro “il volto di Cristo”. Vi chiedo la stessa cosa: lasciate che quanto avete vissuto – o che potete cominciare a vivere insieme – diventi un modo di stare nel mondo. Perché il futuro non è vuoto. È abitato da Dio.

Con affetto e speranza.

Don Riccardo Pincerato, Responsabile del Servizio nazionale per la Pastorale giovanile

Don Riccardo Pincerato

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