Colpire Teheran mentre un canale negoziale era formalmente aperto è la manifestazione di una diplomazia ridotta sempre più spesso a un corollario. A volte utile, ma sempre meno necessario. Quando la difesa e l’offesa si scambiano di posto con facilità disarmante; “prevenire” diventa il modo più rapido per iniziare una guerra. E quando gli interessi divergono resta la forza, che da sola raramente produce l’esito politico che promette.
L’obiettivo dichiarato di Trump e Bibi è la caduta del regime iraniano. E la tentazione fallace è di immaginare Teheran come un sistema appeso a un uomo solo e dunque vulnerabile al primo colpo risolutivo. È una lettura comoda, ma rischia di essere sbagliata. L’Iran ha costruito, per scelta e per memoria storica, un’architettura pensata per assorbire crolli di leadership: organi di controllo, meccanismi di supplenza, filtri istituzionali e reti di sicurezza che servono non soltanto a proteggere il vertice, ma a garantire continuità anche se il vertice viene meno. La costituzione prevede un trasferimento immediato dei poteri a un consiglio ad interim e non impone tempi stretti per la successione, specie in caso di guerra; l’apparato di sicurezza—con un ruolo decisivo dei Pasdaran—tende a “chiudere i ranghi” e a preservare gli interessi vitali. Se così è, la “decapitazione” rischia un effetto opposto: consolidare la coesione interna attorno alla logica dell’assedio e alla narrativa del martirio, riducendo gli spazi di dissenso organizzato. E qui emerge un paradosso: più Teheran viene trattata come minaccia esistenziale a prescindere, più cresce l’incentivo a cercare una garanzia ultima di sopravvivenza. Un Iran nucleare sarebbe un disastro; ma anche l’idea di “mettere sotto chiave” un intero popolo per impedirlo non è sostenibile a lungo.
Senza truppe di terra e con l’illusione che la piazza faccia il lavoro sporco, si aprono diversi scenari, alcuni dei quali scomodi e pericolosi. Primo: un riassetto interno, non necessariamente democratico, accompagnato da una presa di potere “di sicurezza” che prometta ordine e tratti dall’alto una normalizzazione, senza però cambiare davvero il sistema. Secondo: il regime tiene e la guerra si allarga a cerchi concentrici come Israele, basi e interessi americani, poi Golfo, rotte marittime, Libano, Iraq, Yemen. E terzo, meno probabile, l’allargarsi del conflitto all’intera regione e poi su scala globale, con la Cina in soccorso dell’alleato persiano. Difficile, ma non impossibile.
C’è poi un dettaglio spesso ignorato: la fase più rischiosa potrebbe non essere il “prima”, ma il “dopo” di una eventuale successione. Un nuovo vertice, frutto di compromessi tra istituzioni, clero e apparati, deve dimostrare rapidamente di controllare il Paese e di saper trattare i nemici. In transizione, gesti che dall’esterno sembrano folli (escalation missilistica, operazioni asimmetriche, stretta interna) possono essere messaggi rivolti al paese: “lo Stato regge”. Eliminare il capo, quindi, non garantisce affatto una de-escalation.
In questo clima il caos regionale diventa ormai un’opportunità geopolitica. In un mondo a alleanze variabili, altri attori possono mediare, armare e incassare influenza: la crisi diventa un capitolo del nuovo “grande gioco”, dalla Russia alla Cina. E una regione segnata da fragilità sociali e minoranze esposte rischia di pagare il prezzo più alto.
Sul fondo c’è una questione di metodo: se la strategia è la guerra, la guerra diventa la strategia. Washington rischia di apparire trascinata dall’agenda dell’alleato ebraico, più che guidata da un disegno regionale; e questo rende ogni mediazione più difficile. I negoziati veri non sono istantanei: sono lunghi, sporchi, a volte umilianti. Ma l’alternativa, oggi, sembra un Medio Oriente dove la stabilità viene cercata con l’ennesimo colpo “risolutivo” che risolutivo non lo è mai.

Andrea Avveduto, Responsabile Comunicazione Pro Terra Sancta
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