I turisti che, in queste settimane, hanno varcato la soglia della chiesa di Santa Maria delle Grazie a Varallo – così come i varallesi – hanno potuto osservare una sorprendente novità sulla Parete Gaudenziana. Si sono concluse due prove di restauro dell’affresco che hanno interessato in toto la scena della Resurrezione di Cristo e, in parte, quella della Flagellazione. Risultato eccezionale e di notevole impatto visivo, risaltando ancora di più per il confronto con il resto della superficie del tramezzo che non è stato oggetto di interventi.
Il quadro finale della Resurrezione brilla di luce intensa grazie alla pulizia effettuata che ha riportato all’originaria brillantezza i colori usati da Gaudenzio Ferrari, permettendo all’osservatore di recepire tutta la portata simbolica dell’impostazione di quella che è la scena conclusiva del ciclo proposto.
Volutamene, il pittore ha utilizzato una vivace cromia per un contrasto con la scena immediatamente precedente, quella della Discesa agli Inferi. Qui, al culmine del mistero pasquale, Cristo raggiunge coloro che, a causa del peccato di Adamo ed Eva – progenitori che si affacciano sulla porta ormai scardinata dalla potenza del Risorto – non avevano potuto entrare nella gloria del Paradiso. I colori sono scuri, come si addice al luogo in cui regnava disperazione e morte. L’unica luce che investe i personaggi presenti nell’episodio è quella che si irradia dal corpo stesso di Gesù. Il Redentore è ritratto di spalle, rivolto a coloro che attendevano la liberazione. Invece, nell’episodio seguente, tutto è capovolto. Il Salvatore è in posizione frontale, direttamente rivolto al riguardante che viene raggiunto dal suo sguardo intenso. E’ avvolto in un lenzuolo bianco il cui candore non era mai stato percepito come si può fare oggi.
La lucentezza della veste, così come quella del vessillo che Gesù regge, risalta ancor più se osservata in rapporto alla scura cavità rocciosa in cui la tomba di Giuseppe di Arimatea era stata scavata e che forma quasi una nicchia al corpo del Risorto. Anche i recuperati toni vivaci degli abiti dei soldati sopresi nel sonno dall’inaspettato ritorno alla vita del condannato del Golgota conferiscono un tono di lucentezza che, con il passare dei secoli, si era progressivamente smarrito.
L’importanza di un intervento di recupero dell’affresco è ancor più percepita osservando l’altra scena oggetto di una prima pulitura, nella quale soltanto i due sgherri che stanno flagellando Gesù sono stati restaurati. La differenza è sostanziale e non lascia dubbi su come potrà apparire l’intera Parete al termine del restauro. Come reso noto dal Comune di Varallo (proprietario della chiesa e dell’annesso convento delle Grazie) l’opera è possibile con i fondi del Ministero della Cultura (475.000 euro ) su richiesta della Soprintendenza, grazie all’iniziativa e all’impegno di Beatrice Bentivoglio Ravasio e Benedetta Brison. In più di cinquecento anni, il capolavoro di Gaudenzio non era mai stato oggetto di un vero e proprio restauro.
Il tramezzo varallese, di francescana ispirazione (pur non essendo l’unico esistente) è il più conosciuto grazie alla maestria e al genio del Ferrari che hanno conferito all’opera caratteristiche uniche. Pareti che dividono in due ambienti separati – da qui il termine corretto di tramezzi – le chiese legate all’ordine francescano edificate tra la seconda metà del Quattrocento e la prima metà del Cinquecento esistono anche in altri luoghi, tutti compresi nell’area dell’Italia nord occidentale e del vicino Ticino svizzero. Ivrea, nella chiesa di San Bernardino, conserva un tramezzo, affrescato da Martino Spanzotti in due momenti, tra il 1485 e il 1490.Lugano presenta analoga struttura nella chiesa di Santa Maria degli Angeli, decorata nel 1529 da Bernardino Luini. E, a Bellinzona, a Santa Maria delle Grazie, si può ammirare la realizzazione (1510-1515) di Stefano Scotto e dalla sua bottega.
Questi edifici di culto sorsero per iniziativa dei francescani Osservanti e, nel contesto della loro spiritualità, va collocata l’origine dei tramezzi che, secondo una tradizione, sarebbe riferibile a San Bernardino da Siena. Il grande predicatore francescano del XIV secolo avrebbe suggerito di dividere lo spazio interno delle chiese in due ambienti distinti: quello più esterno di immediato accesso, riservato all’ascolto della predicazione e l’altro, all’interno, adibito alla celebrazione eucaristica e riservato alla preghiera della comunità religiosa. I due settori erano separati da una grande parete utile per la realizzazione di cicli figurativi. Quello più esterno davanti al tramezzo, non avendo funzione cultuale, non prevedeva la presenza dell’altare ma era dominato dal pulpito su cui il predicatore saliva per tenere i sermoni e dove (come si può ancora osservare a Varallo) spesso campeggia il monogramma del religioso senese con le iniziali del Cristo.
Le chiese di fondazione francescana erano improntate a una essenziale semplicità. Tuttavia, si intuì l’opportunità di cogliere la possibilità che la presenza della parete offriva. Se ben sfruttato, quello spazio poteva essere d’aiuto all’opera di predicazione. Grazie agli affreschi, gli ascoltatori potevano avere sempre visibili i principali temi oggetto di spiegazione, con la possibilità di cogliere più efficacemente i messaggi su cui la predicazione maggiormente insisteva. Parola e immagine unite per muovere gli animi a sentimenti di compunzione e diretta partecipazione all’evento salvifico, immediatamente narrato e contemplato.
Oltre a questi tramezzi più conosciuti, vanno ricordati quelli di Piancogno, in Val Camonica, dipinti da Giovanni Pietro da Cemno, nel 1475; di Erba, eseguiti da un discepolo di Bernardino Luini nella chiesa di Santa Maria degli Angeli – nota come Sant’Antonio abate – nel complesso di Villa Amalia; di San Bernardino a Caravaggio, dove Fermo Stella operò nel 1531 e (ultimo ad essere stato realizzato) di Martinengo in provincia di Bergamo, nella chiesa dell’Incoronata, con pitture di Pietro Baschenis messe in opera tra il 1623 e il 1627.
Altri tramezzi erano presenti in chiese dell’osservanza francescana tra Piemonte e Lombardia purtroppo perduti. Oltre a quello realizzato a partire dal 1476 da Vincenzo Foppa e Bonifacio Bembo per la chiesa di San Giacomo in Pavia, va ricordato quello novarese di San Nazaro della Costa, di cui sono presenti alcune tracce in ciò che resta della parete, emerse durante il restauro della chiesa. Si vedono almeno in parte: l’Annunciazione, nel timpano, la Visitazione, la Natività, la Circoncisione, l’Adorazione dei Magi, la Presentazione al Tempio e la Fuga in Egitto, nel primo registro. La Strage degli Innocenti, Gesù fra i dottori, l’Ingresso in Gerusalemme e l’Ultima Cena, nel secondo e, in quello inferiore, la Lavanda dei piedi e Gesù dinanzi ad Erode.
Nel Verbano, a Pallanza, vi era un tramezzo affrescato all’interno della chiesa di San Bernardino annessa al concento degli Osservanti, che sorgeva in quella che era un tempo una zona di campagna vicino al torrente San Giovanni, oggi conosciuta come Via alle Fabbriche. L’intero complesso ha subito ingenti trasformazioni al punto che non è possibile ravvisarne alcuna traccia.
Va ricordato che, accanto ai grandi cicli figurativi realizzati sui tramezzi ricordati, ne esistevano di minori all’interno di chiese che, seppur non direttamente collegabili alla presenza dei frati, vennero decorate ispirandosi alla loro spiritualità. La collocazione delle scene sull’arco di passaggio tra la navata e l’area presbiterale, sembra chiaramente riproporre l’idea del tramezzo. Si possono ricordare gli affreschi della chiesa di San Vito, al cimitero di Cavagliano di Bellinzago e quelli dell’oratorio di Santa Maria Nova, a Sillavengo. Nel primo caso, un artista di chiara ascendenza gaudenziana ha dato vita a una composizione che ripresenta lo schema dei tramezzi di secondo cinquecento. Sull’arco sopra l’altare – su cui è raffigurata l’Annunciazione – si staglia la Crocifissione, affiancata sulla sinistra dalla Flagellazione e la Salita al Calvario, sulla destra dalla Resurrezione e dalla Pietà. Nel secondo, il programma iconografico appare più complesso. Fanno da corona alla sempre centrale Crocifissione: Gesù davanti al Sinedrio e la Salita al Calvario, sulla sinistra, la Pietà e la Resurrezione (in parte perduta) sulla destra. Un registro inferiore, presenta le Donne al sepolcro e l’Apparizione del Risorto alla Maddalena.
Dalle grandi e affollate chiese dell’osservanza francescana, fino ai piccoli edifici in paesi di campagna, la narrazione pittorica della Passio Christi, aiutava il riguardante, raggiunto dalle parole del predicatore e ora catturato da forme e colori, a compiere il passaggio dal kronos al kairos. Dal tempo dell’uomo, visitato e redento da Cristo, all’eterno di Dio, da Lui già inaugurato con la sua vita, morte e resurrezione. Il percorso non è solo estetico ma anche interiore come la luce recuperata della Parete Gaudenziana potrà discretamente suggerire.

Don Damiano Pomi, docente presso la Pontificia Università Gregoriana
L’articolo completo, con altri approfondimenti provenienti dalla Diocesi di Novara si possono trovare sul nostro settimanale in edicola a partire da venerdì 29 agosto. Il settimanale si può leggere abbonandosi o acquistando il numero che interessa cliccando direttamente sopra a qui.