Il “Roveto ardente” della Parola che alimenta un’indagine teologica in costante dialogo con l’esperienza umana e la dimensione spirituale. Sarà l’antropologia teologica nel pensiero del vescovo Franco Giulio Brambilla al centro della lectio magistralis di apertura dell’anno accademico dell’Istituto Superiore di Scienze Religiose.
Appuntamento sabato 29 novembre alle 9, nella sede dell’Accademia Gaudenziana di Novara (via Dominioni 4) per una mattinata che vedrà anche la cerimonia per la consegna delle lauree. Un’occasione per ringraziare il vescovo per il suo episcopato a Novara, che cade nell’anno del 50° della sua ordinazione presbiterale.
A tenere la relazione, Marco Vergottini, teologo milanese già vice-presidente dell’Associazione Teologica Italiana, stretto collaboratore del card. Carlo Maria Martini e profondo conoscitore del lavoro di mons. Brambilla.
Professore, per mons. Brambilla l’uomo si comprende nel racconto della propria vita e della storia di salvezza. In che modo il narrare – quel Loquamur Dominum Jesum del suo motto episcopale – diventa un luogo teologico, capace di coniugare fede ed esperienza umana?
«Il narrare è, per mons. Brambilla, la postura originaria del credente davanti a Dio e a se stesso. Non è un semplice “dire di sé”, ma un “lasciarsi dire” dalla Parola che ci precede. Il motto episcopale da lui prescelto, Loquamur Dominum Jesum, non invita soltanto a “parlare di Gesù”, ma anche “parlare a partire da Gesù”, lasciando che la sua vicenda divenga la grammatica della nostra testimonianza. In questo senso la narrazione diventa luogo teologico: perché mette in dialogo la trama concreta dell’esistenza – i suoi chiaroscuri, le sue ferite e le promesse – con la grande narrazione della salvezza. Raccontare non è un atto estetico, ma un atto di verità: si riconosce che la fede prende carne nelle vicende umili e irripetibili della vita. L’antropologia brambilliana nasce qui: nella convinzione che “Dio parla nella storia e attraverso la storia”, e che il soggetto umano si comprende solo nella relazione viva con questo Dio narrante».
Possiamo dire che, per il vescovo, la teologia si riconosce nei volti concreti delle persone più che nei sistemi di pensiero? E’ come per i discepoli che sulla via di Emmaus riconoscono il Signore nel dialogo e nell’incontro? In che senso questa è già una forma di “antropologia narrata”?
«Assolutamente sì. Il vescovo non contrappone teoria e vita, ma ricorda che la teologia – come esercizio critico della intelligenza della fede – nasce come discernimento di esperienze vissute. I discepoli di Emmaus non capiscono mediante concetti astratti, ma attraverso un cammino condiviso, un ascolto reciproco, un pane spezzato. Per Brambilla la teologia buona è sempre “situata”: ha l’odore dei volti, dei nomi propri, delle storie reali. Da qui deriva l’idea che la persona non si definisce per un’essenza immobile, bensì per una “storia aperta”, attraversata dalla presenza del Risorto. L’antropologia diventa così narrata non perché raccontiamo qualcosa, ma perché scopriamo noi stessi raccontati da un Altro, nominati e riconosciuti. È questa la vera svolta: la fede non aggiunge un di più alla vita, la interpreta dall’interno».
La sua indagine teologica delinea un’antropologia “relazionale”. Una “identità transitiva”, che si costruisce nel dialogo con gli altri e con Dio. Qual è la cifra di fondo dell’umanesimo che propone il vescovo? Quali indicazioni pastorali concrete possiamo raccogliere?
«La cifra fondamentale è la relazione come luogo generativo dell’identità. Brambilla ama dire che l’uomo “non è se stesso da solo”: l’io emerge sempre da un tu e in vista di un noi. L’identità non è un possesso da difendere, ma una forma di vita da accogliere e trasformare nella reciprocità. Ne deriva un umanesimo cristiano che rifiuta tanto l’individualismo quanto la fusione indistinta. È un umanesimo dialogico, fatto di incontri, conflitti riconciliati, prossimità concrete. Pastoralmente significa almeno due cose: favorire luoghi di ascolto e di parola, dove le persone possano narrare la propria fede senza timori e pudicamente; e sostenere comunità generative, in cui la relazione non sia il contorno, ma il cuore dell’esperienza cristiana».
Come pastore il vescovo ha sempre avuto un’attenzione particolare per la famiglia, spazio dove si apprende la grammatica della fede e della relazione. Come interpreta questa visione in rapporto alla cultura contemporanea, spesso segnata da fragilità affettiva e individualismo?
«Per Brambilla la famiglia non è un’icona romantica, né un modello sociologico da difendere a priori. È il “laboratorio dell’umano”, il luogo in cui si può fare “esercizio del cristianesimo”, imparando la grammatica elementare del vivere: fiducia, dono, perdono, responsabilità. La cultura contemporanea, con la sua fragilità affettiva, denuncia in realtà la sete profonda di legami affidabili. La proposta cristiana non è nostalgia del passato, ma riscoperta di un modello relazionale capace di generare futuro. Per questo il vescovo insiste sulla formazione degli adulti, sul sostegno alle coppie di sposi, sulla capacità della comunità parrocchiale di diventare “famiglia di famiglie”. La famiglia è tale non perché perfetta, ma perché aperta alla grazia che la ricostruisce e la rinnova di continuo».
Mons. Brambilla insiste sul ruolo del prete “credente”, per cui la fede si gioca nel ministero stesso, non malgrado esso. Che cosa significa, oggi, per un sacerdote “credere attraverso il ministero”? E quali ricadute ha questo sul volto concreto della parrocchia?
«Il prete credente, secondo Brambilla, non vive due vite parallele – quella spirituale e quella pastorale – ma una sola vita: quella interpretata alla luce della chiamata ricevuta. Credere attraverso il ministero significa riconoscere che l’azione pastorale non è un compito funzionale, ma uno spazio sacramentale in cui Cristo agisce. In questo senso, egli ha sempre rilanciato l’idea della “carità pastorale”. Il rischio di oggi è la scissione: preti efficienti ma interiormente esausti, o spirituali ma distanti dalla vita della gente. Il vescovo invita a un’integrazione: il ministero come luogo generativo della fede. Questo ha ricadute sulla vita della parrocchia e delle unità pastorali: meno strutture e più relazioni; meno attività e più cura; meno presenzialismo e più ascolto. La parrocchia viva è quella in cui il prete può essere compagno di strada, non manager né solitario custode del sacro».
Quali sono le figure di riferimento che hanno segnato e, in qualche maniera, fondato l’evoluzione della ricerca teologica e l’azione pastorale del vescovo?
«L’orizzonte sarebbe ampio, mi limito a segnalare tre figure emblematiche: don Giovanni Moioli, per la centralità della “forma” cristologica (singolarità di Gesù); don Luigi Serenthà, per la capacità di coniugare la ricerca del pensare con la vita degli affetti e delle relazioni (specie con gli ultimi); il cardinale Carlo Maria Martini, per l’invito a ritornare sempre da capo all’incontro incandescente di coscienza e Parola (il “roveto ardente”!). Queste figure non devono essere considerate come autorità esterne, ma come compagni di ricerca, capaci di dare profondità e intonazione alla sua opera teologico-pastorale».
Infine, professore, se dovesse riassumere con un’icona la visione dell’uomo secondo Brambilla, quale sceglierebbe?
«Sceglierei proprio l’icona dei discepoli di Emmaus: due figure in cammino, un viandante che li raggiunge, un dialogo che apre il cuore, un pane spezzato che illumina la vita. È l’immagine perfetta dell’antropologia brambilliana: l’uomo come pellegrino narrante, che ritrova la propria identità nel volto dell’Altro che gli cammina accanto. In Emmaus c’è tutto: la ferita e la speranza, il dubbio e la rivelazione, la solitudine e la comunione. È l’umanesimo cristiano nella sua forma più semplice e luminosa».
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