Primo passaggio formale per la legge sul suicidio medicalmente assistito: il testo sul fine vita, frutto di una lunga mediazione nella maggioranza, è stato presentato in Comitato ristretto al Senato.
Ora il disegno di legge inizia il suo iter nelle Commissioni Giustizia e Sanità, con l’obiettivo di approdare in Aula il 17 luglio. Il testo approvato, elaborato dai relatori Pierantonio Zanettin (Forza Italia) e Ignazio Zullo (Fratelli d’Italia), contiene alcuni elementi distintivi rispetto alle versioni precedenti e alle indiscrezioni circolate nelle scorse settimane.
Formalmente riconosciuto il diritto alla vita
«Il diritto alla vita – recita il primo articolo – è diritto fondamentale della persona in quanto presupposto di tutti i diritti riconosciuti dall’ordinamento. La Repubblica assicura la tutela della vita di ogni persona senza distinzioni in relazione all’età o alle condizioni di salute o ad ogni altra condizione personale e sociale». Sembra scomparso dalla bozza il passaggio «dal concepimento alla morte naturale», che diversi resoconti parlamentari avevano dato come presente nelle prime stesure.
Non punibile chi aiuta il suicidio
Il testo prosegue poi con le modifiche al Codice penale. «Chi agevola l’esecuzione del proposito» di togliersi la vita non sarebbe più punito. Questo tenendo ferme le condizioni poste dalle indicazioni dettate dalla Corte costituzionale negli ultimi anni. Così la volontà di porre fine alla propria vita deve essersi formata «in modo libero, autonomo e consapevole, di una persona maggiorenne, inserita nel percorso di cure palliative, tenuta in vita da trattamenti sostitutivi di funzioni vitali e affetta da una patologia irreversibile, fonte di sofferenze fisiche e psicologiche intollerabili, ma pienamente capace di intendere e di volere, le cui condizioni siano state accertate dal Comitato nazionale di valutazione», che è dunque l’organismo incaricato di esprimere parere vincolante sulle richieste.
Il Comitato Nazionale di valutazione
Il Comitato (uno solo a livello nazionale) sarà formato da sette membri: un giurista, un bioeticista, tre medici (specialisti in anestesia e rianimazione, cure palliative e psichiatria), uno psicologo e un infermiere. La nomina spetterà alla Presidenza del Consiglio con mandato gratuito quinquennale, rinnovabile due volte.
Il Comitato avrà 60 giorni per esprimersi (90 in caso di richiesta di pareri specifici); in caso di diniego, la domanda potrà essere ripresentata dopo 180 giorni, ma solo con nuove evidenze cliniche. Non è previsto il silenzio-assenso.
Esclusione del Servizio Sanitario Nazionale
Per quanto riguarda il dibattuto tema del ruolo del Servizio sanitario nazionale, il testo della maggioranza afferma che «non possono essere impiegati il personale in servizio, le strumentazioni e i farmaci, di cui dispone a qualsiasi titolo il Sistema sanitario nazionale». Non solo i medici non potranno essere “obbligati” a concorrere a questa procedura. Ma è lo stesso del Sistema Sanitario Nazionale ad essere escluso da qualsiasi coinvolgimento diretto, che contrasterebbe con la Costituzione (che prevede all’articolo 32 un diritto a essere curati, non a ricevere la morte come prestazione sanitaria). Si consente (anche in strutture pubbliche) di aiutare a certe condizioni il suicidio, ma formalmente non si partecipa. Insieme alle modifiche al codice penale con la non punibilità della figura che assisterà al suicidio, il passaggio racconta bene la via stretta che stanno percorrendo gli estensori della bozza. E che in ogni caso non mette in salvo dal violare, nel concreto, il principio di indisponibilità della vita umana.
Cure palliative: tra diritto e realtà
Un altro elemento cruciale della legge è il riconoscimento del percorso palliativo come condizione necessaria per poter accedere al suicidio assistito. Tuttavia, il nodo della reale disponibilità di questa assistenza resta irrisolto. Il testo obbliga le Regioni a presentare piani per garantire l’accesso al 90% dei malati. Agenas (l’Agenzia che coopera con le Sanità regionali) sarà incaricata del monitoraggio, con la possibilità per il Governo di nominare commissari “ad acta” in caso di inadempienza.
Ma la situazione sul territorio, come ha ricordato recentemente la presidente della Federazione Cure Palliative Tania Piccione, intervistata da Avvenire, resta a macchia di leopardo: «A fronte di un fabbisogno di 590mila adulti e 35mila minori, solo un adulto su tre e un minore su quattro riceve cure palliative». La presidente ha sottolineato anche la profonda disomogeneità tra Nord e Sud Italia, l’insufficienza dei posti letto in hospice e il grave ritardo nell’attivazione delle cure domiciliari, pur riconosciute come livello essenziale di assistenza (LEA). «La legge 38 del 2010 ha fatto una rivoluzione – ha spiegato Piccione ad Avvenire – ma la sua attuazione è ancora incompleta. Le cure palliative sono spesso attivate troppo tardi, a ridosso della morte, mentre dovrebbero accompagnare il paziente per mesi o anni. E senza una formazione adeguata del personale sanitario, tutto questo resterà sulla carta».