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Il «primo compito della comunità civile e del sistema sanitario è assistere e curare, non anticipare la morte» e «sulla vita non ci possono essere polarizzazioni o giochi al ribasso». È la posizione dei vescovi italiani in merito al dibattito sulla nuova legge del fine vita e sulle iniziative che negli scorsi mesi hanno preso alcune regioni italiane, in assenza di una normativa nazionale.

Baturi: «Cura totale, non anticipare la morte»

«La risposta al dolore totale non può essere l’agevolazione della morte, ma una “cura totale” che tenga conto di corpo, mente e relazioni», ha detto di recente il Segretario della Cei e arcivescovo di Cagliari Giuseppe Baturi in una lunga intervista all’Unione Sarda, mentre in Sardegna la maggioranza di centrosinistra porta avanti una proposta di legge per legalizzare il suicidio assistito sull’esempio della Toscana.

Per Baturi, il “dolore totale” che affligge molti malati terminali non è solo fisico, ma anche psicologico, affettivo, esistenziale. «Si tratta – afferma – di un dramma umano che richiede risposte concrete in termini di prossimità, sollievo e dignità. La libertà di una scelta può dirsi autentica solo se non è dettata dalla solitudine o dall’abbandono». La “cura totale” indicata da Baturi comprende terapia del dolore, assistenza domiciliare, supporto psicologico e il coinvolgimento del terzo settore. In una parola: cure palliative, che però nel nostro Paese sono garantite solo ad una piccolissima parte della popolazione.
Per questo, secondo Baturi, parlare oggi di suicidio assistito è come «offrire una scorciatoia prima ancora di aver dato aiuto alla vita». Non si tratta di imporre visioni religiose, ma di interrogarsi sul modello di società che si intende costruire: «Il valore della nostra civiltà si misura su quanto sappiamo prenderci cura anche quando non possiamo guarire».

La stessa Corte Costituzionale, ricorda, non ha mai sancito un diritto alla morte simmetrico a quello alla vita, ma ha lasciato spazio a eccezioni, chiedendo però un forte presidio di garanzie. Il nodo, conclude Baturi, non è ideologico: «Non invochiamo una legge cattolica. Ma dobbiamo chiederci: quale cultura vogliamo promuovere?».

La Cei: «No a giochi al ribasso»

Nello scorso febbraio, la presidenza della Cei era già intervenuta con una nota nella quale si esprimeva «preoccupazione per recenti iniziative regionali sul tema del fine vita. Da ultimo, l’approvazione nei giorni scorsi della legge sul suicidio medicalmente assistito da parte del Consiglio regionale della Toscana». Nel testo la Cei – richiamando alcuni pronunciamenti delle Conferenze episcopali del Triveneto, dell’Emila-Romagna, della Toscana e della Puglia – aveva ricordato che che «procurare la morte, in forma diretta o tramite il suicidio medicalmente assistito, contrasta radicalmente con il valore della persona, con le finalità dello Stato e con la stessa professione medica». Invitava poi a non fare «di questo tema una questione di ‘schieramento’, ma un’occasione per una riflessione profonda sulle basi della propria concezione del progresso e della dignità della persona umana», auspicando «un ampio confronto parlamentare che rappresenti il Paese e le reali necessità dei suoi cittadini, scevro da logiche di parte e possibili strumentalizzazioni».

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