«Noi, questa sera, non siamo qui per discutere di strategie, di politiche o di confini. La preghiera non risolve la complessità della storia. Ma custodisce ciò che nessuna riflessione e nessuna decisione possono mai perdere di vista: il volto e la dignità di ogni persona. Prima delle appartenenze, delle provenienze, delle culture e persino delle convinzioni religiose, c’è una persona. E dove c’è una persona, il cristiano riconosce sempre un fratello o una sorella».
È un forte, deciso, richiamo alla forza della preghiera quello che ha lanciato il vicario generale e parroco di Intra mons. Fausto Cossalter, durante la veglia “Morire di Speranza”, proposta dalle parrocchie di Verbania con la Comunità di Sant’Egidio per ricordare la tragedia – e lo scandalo insopportabile – dei migranti morti in mare e sulle “rotte” balcaniche, inseguendo proprio la speranza di una vita migliore.
L’appuntamento di preghiera si è svolto nella chiesa di San Giuseppe a Intra, guidato da mons. Cossalter insieme a don Gino Bolchini. Tra gli interventi anche quello di Daniela Sironi, responsabile piemontese della Comunità di Sant’Egidio.
Durante la veglia sono stati letti i nomi e le vicende di alcune vittime delle migrazioni. Dopo ogni testimonianza l’assemblea ha risposto con l’invocazione «Kyrie eleison», affidando alla misericordia di Dio quanti hanno perso la vita nel mare, nel deserto o lungo le frontiere.
Nell’omelia mons. Cossalter ha riflettuto sul significato stesso del titolo della veglia. «Ci sono parole che sembrano stare male insieme. Morire di speranza è una di queste. Normalmente la speranza aiuta a vivere. Ti sostiene quando tutto sembra perduto. Eppure questa sera siamo qui per ricordare uomini, donne e bambini che sono morti proprio perché speravano».
Persone che «speravano in una vita diversa, in un luogo dove non ci fossero guerra, violenza, fame o persecuzione. Speravano semplicemente di poter vivere». Il parroco ha poi ricordato come dietro ogni partenza vi siano spesso situazioni drammatiche. «Nessuno lascia la propria casa, i propri affetti, la propria terra con leggerezza. Si parte quando si pensa che rimanere sia ancora più difficile che partire».
Un richiamo che ha introdotto la riflessione sul Vangelo e sul rischio dell’indifferenza. «Gesù non ci promette un mondo senza guerre o senza sofferenza – ha spiegato – ma ci mette in guardia da un pericolo ancora più grande: l’inganno». Un inganno che si manifesta quando il male viene considerato inevitabile o quando il dolore degli altri smette di interpellare le coscienze. «È ascoltare una notizia, scuotere la testa per un istante e poi continuare come se nulla fosse accaduto. È vedere immagini di naufragi e di persone in fuga fino a non vedere più le persone, ma soltanto i numeri. Ecco il frutto dell’inganno: un cuore che lentamente si abitua, un cuore che non sa più commuoversi».
Particolarmente significativa è stata la presenza, accanto ai cristiani, di alcuni giovani musulmani. Un segno concreto di fraternità che ha dato ulteriore forza al messaggio della serata: il dolore umano supera appartenenze e differenze religiose e richiama tutti a una comune responsabilità.
Nel concludere la sua riflessione, mons. Cossalter ha richiamato la speranza cristiana che attraversa anche il dramma della morte: «Noi conosciamo soltanto alcuni nomi. Molti rimarranno per sempre sconosciuti. Ma nessuno è sconosciuto a Dio». E ancora: «L’ultima parola sulla loro vita non l’hanno avuta il mare, il deserto o la violenza degli uomini. L’ultima parola appartiene a Dio, che raccoglie ciò che il mondo disperde, ricorda ciò che gli uomini dimenticano e chiama ciascuno per nome».
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