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L’occasione della Giornata del Seminario che sarà celebrata domenica 25 gennaio, ci permette di fermarci a riflettere non solo sul “problema” delle Vocazioni al sacerdozio ma anche sul ruolo della formazione al ministero ordinato. Le cause per il crollo recente del numero delle vocazioni anche nel nostro Seminario sono molteplici ma certamente occorre chiederci come mai le nostre comunità ecclesiali facciano fatica a generare credenti in Cristo e quindi anche a generare vocazioni. Dobbiamo riscoprire la Chiesa come “Madre”, attraverso una comunione di carità e di verità, dei sacerdoti tra loro e con il Vescovo.

Papa Leone recentemente ci ha fatto dono di una bellissima Lettera Apostolica dal titolo Una fedeltà che genera futuro, consegnata alla Chiesa per celebrare il sessantesimo anniversario dei decreti del Concilio Vaticano II Optatam totius e Presbyterorum ordinis riguardanti la formazione e la missione dei preti. Nel suo magistero il Papa sta riproponendo una lettura equilibrata di tutto l’insegnamento del Concilio, evitando le polarizzazioni estremizzanti del suo totale rifiuto o di un suo travisamento.

La proposta di questo documento è quella di proseguire l’opera del Concilio attraverso la «lente della fedeltà che è insieme grazia di Dio e cammino costante di conversione per corrispondere con gioia alla chiamata del Signore Gesù». Il richiamo della lettera è attorno a cinque declinazioni del termine Fedeltà. La prima è nel comprendere il senso della vocazione come Fedeltà e servizio: ogni vocazione nasce dall’incontro personale con Cristo, nella scoperta di «una proposta amorevole di un progetto di salvezza e libertà per la propria esistenza» ponendo al centro della propria vita il Signore Gesù; il sacerdote è “servo di Cristo” nel senso che la sua esistenza assume un carattere relazionale perché, appartenendo a Cristo, è al servizio degli uomini, «ministro della loro salvezza, della loro felicità, della loro autentica liberazione».

La fedeltà è messa in relazione alla fraternità in quanto i presbiteri sono posti nell’uguale dignità e fraternità di tutti i battezzati ma costituiti tra loro in un’intima fraternità sacramentale, poiché fanno parte di un unico presbiterio nella diocesi: questa fraternità è innanzitutto un dono dato dalla grazia dell’Ordinazione e poi vissuto nel superamento di ogni individualismo nel ministero, attraverso anche il compito di discernimento del Vescovo chiamato a valorizzare carismi e talenti di ciascuno. La fedeltà si manifesta anche nella sinodalità come processo sotto l’influsso dello Spirito Santo che conduce a superare una leadership esclusiva con un lavoro pastorale vissuto nella cooperazione tra presbiteri, diaconi e tutto il Popolo di Dio. L’identità dei presbiteri è costituita da una fedeltà per la missione: il prete è un essere per, in una vita che è donata come testimonianza, in un equilibrio tra preghiera, studio e fraternità. La fedeltà poi si apre ad uno sguardo sul futuro: il Papa lo ricorda con forza: «non c’è futuro senza la cura di tutte le vocazioni!» richiamando ad un impegno profondo di tutti per la promozione vocazionale e nella preghiera costante al Padrone della messe. In un commento alla lettera apostolica, il vescovo Antonio Staglianò su L’Osservatore Romano (del 23 dicembre 2025) richiamava l’importanza di dare un fondamento solido e una forma interiore precisa alla fedeltà, e questa può essere data soltanto da una teologia “sapienziale”.

Nel cammino formativo del Seminario uno spazio importante è dato allo studio della filosofia e della teologia: ci auguriamo, come auspicato da mons. Staglianò, che anche il nostro Seminario possa «diventare laboratorio di questa teologia sapienziale, dove lo studio sia preghiera, la preghiera sia servizio, e il servizio sia il luogo in cui la fede, operosa per la carità, si rende visibile al mondo. Solo così la fedeltà di cui parla Leone XIV non sarà un guardare al passato, ma un generare, con speranza certa, il futuro di Dio per l’umanità».

Don Marco Barontini, Rettore del Seminario San Gaudenzio

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