Il dolore per la scomparsa, la gratitudine per quanto ricevuto e il ricordo che può trasformarsi in speranza. L’intera comunità diocesana era idealmente presente oggi a Cannobio e Grignasco, per l’ultimo saluto a don Matteo Balzano, il giovane coadiutore di Cannobio che si è tolto la vita lo scorso sabato.
Nel pomeriggio, la chiesa del cimitero della cittadina valsesiana non è bastata per accogliere i tanti fedeli che hanno partecipato al rito che ha preceduto la tumulazione, presieduto dal vescovo missionario dom Adriano Ciocca Vasino – originario della Valsesia e che a Grignasco fu coadiutore all’oratorio – con l’omelia tenuta dal vicario per il clero e la vita consacrata don Franco Giudice. Anche la Santa Sede ha fatto sentire la sua vicinanza: «questa morte interpella tutta la Chiesa».
In mattinata, il funerale a Cannobio, invece, è stato presieduto dal vescovo Franco Giulio Brambilla. Concelebranti un centinaio di sacerdoti, in una messa che ha visto la collegiata gremita dai familiari, dai fedeli e dai giovani della parrocchia e di Castelletto Ticino, dove don Balzano aveva prestato servizio.
Il vescovo: «Cosa dice a tutti noi, la morte di don Matteo?»
Nell’omelia il vescovo ha posto tre domande attorno al senso della tragedia della morte del sacerdote.
«Oggi – ha detto il vescovo – vorrei proporre a tutti noi tre domande a cui provare, se non a dire, quanto meno a balbettare una risposta a proposito della tragedia che stiamo vivendo. Cosa dice a tutti noi, la morte di don Matteo?».
Il vescovo ha declinato la domanda anzitutto rivolgendola «a me vescovo, a noi sacerdoti e alle persone che vivono al nostro fianco nella comunità». La risposta nella Parola di Dio. «Cerchiamo – ha detto – una risposta nelle Letture che il rito ambrosiano propone, facendo rivivere la Passione del Signore. Nel brano del Vangelo che abbiamo ascoltato Gesù dice ai discepoli di seguire un “uomo con la brocca”, per trovare la stanza dove consumeranno l’ultima cena. Il luogo dove vivranno la Pasqua. Ecco, vivere la Pasqua del Signore è il senso profondo del ministero del prete. Pasqua significa “passaggio”. Nei momenti più bui e difficili che sperimentiamo, ricordiamoci che questo “passaggio” lo viviamo sempre accanto al Signore. Per farlo dobbiamo imparare a non nasconderci di fronte alle nostre paure e fatiche. Dobbiamo imparare ad ascoltarci. E a trovare, nei nostri rapporti fraterni, linguaggi e parole di accoglienza e comunione».
Poi uno sguardo ai giovani. «Domenica scorsa – ha proseguito Brambilla – ho incontrato il gruppo di ragazze e ragazzi dell’oratorio di Cannobio, affranti dal dolore. Anche le parole che mi hanno rivolto echeggiavano in qualche modo le parole di Gesù in croce: “Dio mio, perché mi hai abbandonato?”. Li incontrerò ancora per parlare con loro. Ma intanto ho chiesto di scrivere quello che stanno vivendo, di raccontare il loro rapporto con don Matteo. E ho posto a loro la domanda “cosa dice a voi questo dramma?”. Vorrei che ascoltaste la loro risposta».
Il vescovo ha così lasciato l’ambone ad Alessia Romeo, una ragazza di Cannobio, per leggere un testo condiviso con tutti i giovani dell’oratorio.
«Caro don Matteo – le parole di Alessia – sei stato più del nostro “don”, più del nostro confessore e più della nostra guida. Sei stato un nostro amico sincero. Non dimenticheremo mai il tempo speso insieme, durante i gruppi in oratorio. Affrontando temi seri e importanti per le nostre vite. Ma anche quelli più leggeri. Il nostro rapporto con te non è finito. Si è solo trasformato. Perché sappiamo che tu sarai sempre con noi».
Poi la terza declinazione della domanda, rivolta a «tutte le nostre famiglie e a questa città». «Cosa ci dice questa morte che ha colpito così nel profondo i nostri cuori? Dice dell’importanza e dell’urgenza di rimettere al centro la cura dell’anima. Perché nelle nostre vite siamo troppo spesso distratti da altre priorità, da cose superficiali che ci distraggono da quelle importanti. L’affetto e il dolore per Matteo, che così in tanti hanno manifestato in questi giorni e che oggi ci unisce, potrà forse indicarci la strada per rispondere a queste domande».
Nell’omelia pronunciata a braccio, il vescovo ha voluto infine leggere «l’unica cosa che mi sono sentito di scrivere in questi giorni. Proprio dopo aver incontrato i ragazzi di Cannobio. “Dolce fratello. Giovani orfani affranti. Pianto infinito”. Non so quando il mio cuore potrà smettere di piangere. Di certo anch’io, come questi giovani, non dimenticherò don Matteo».
«Ci ricordi che non dobbiamo avere paura delle nostre fragilità»
All’inizio della celebrazione, il vicario episcopale per i laghi don Gianmario Lanfranchini, dopo aver tracciato un breve profilo biografico di don Matteo, ha ricordato l’ultima volta che ha incontrato don Matteo. «Il giorno di Pentecoste – ha detto -, quando abbiamo cantato per la discesa della Sacra Costa, ti ho chiesto “come stai”? Mi hai risposto “bene, anzi benissimo”. Oggi ci ricordi che non dobbiamo avere paura delle nostre fragilità e come preti, della nostra umanità sempre illuminata da Cristo. La Presenza reale di Gesù nell’Eucarestia aiuti tutti noi ad unire il nostro dolore al Sacrificio di Cristo al Padre».
«Fratello, figlio, padre. E amico»
Il parroco di Cannobio don Mauro Caglio, in un intervento emozionato e commosso, ha fatto un ricordo personale del sacerdote. «Sono stati 20 mesi di vita fraterna, di preghiera e di lavoro condiviso con passione generosa – ha detto don Caglio, rivolgendosi direttamente a don Matteo -. Arrivavi ovunque nelle nostre parrocchie, hai amato e accolto i bambini e i ragazzi, hai fatto crescere i gruppi e gli animatori. Quanta passione hai avuto per i nostri oratori! Attento agli anziani, hai curato le catechiste, trovato il tempo per la corale e per tutti i collaboratori e le collaboratrici. Hai saputo rapportarti con tutte le associazioni del nostro territorio, apprezzato e accolto da tutti, eppure tutto questo non è bastato. Per me, dove la fraternità prima nasceva dall’ordinazione, sei stato fratello affettuoso, figlio devoto, padre severo per la salute in particolare, amico fedele, e meraviglioso compagno di cammino nel servizio del Signore nelle comunità a noi affidate. Ma anche questo non è bastato a ridarti la serenità che meritavi. In questo abbraccio che ti consegno come agnello all’abbraccio del Buon Pastore, perché ti stringa al suo cuore e ti faccia sentire tutto il suo amore assieme al nostro che ti piangiamo. Per noi chiedi consolazione e speranza».