Custodi o ribelli? Pastori di una comunità da guidare nella tempesta e da proteggere, oppure figure che si sono esposte in prima persona, combattendo la guerra contro la tirannia e la violenza? La riflessione su come i sacerdoti si posero di fronte al conflitto civile che devastò l’Italia tra il 1943 e il 1945, opponendo partigiani e nazi-fascisti, era l’obiettivo di un incontro che si è tenuto sabato scorso alla Casa della Resistenza di Fondotoce. Tre i relatori: il direttore dell’Istituto Storico della Resistenza e della Società Contemporanea di Varallo Enrico Pagano, lo scrittore ed esperto di storia locale e della Resistenza ossolana Paolo Crosa Lenz, e Angelo Vecchi, membro del comitato scientifico della Casa della Resistenza.
A ciascuno di loro è stato affidato il compito di raccontare la figura di un prete diocesano – don Sisto Bighiani, don Remigio Biancossi e don Antonio Vandoni – la cui vicenda è stata usata come chiave di lettura di un orizzonte umano e pastorale: quello dei preti di montagna, che si trovarono a vivere la lacerazione profonda di una guerra che entrava nelle case e feriva le anime delle loro comunità.
Sono emerse esperienze di impegno molto differenti: chi proteggeva i giovani renitenti alla leva, chi mediava tra partigiani e fascisti per salvare vite e alleviare sofferenze, chi si impegnava apertamente nella lotta armata o nell’assistenza spirituale alle brigate partigiane. Le tre biografie hanno però dimostrato la tesi di fondo: non c’è un modello unico di sacerdote nella Resistenza, ma un ventaglio di scelte, tra tensioni, fedeltà e rotture. Ciascuna delle vite di don Bighiani, don Biancossi e don Vandoni risponde in parte della domanda: cosa significava, per un sacerdote, essere fedele al Vangelo in un tempo di violenza e disordine?
Come ha sottolineato Alessandro Santagata, storico dell’Università di Padova, cui è stata affidata l’introduzione e il compito delle conclusioni, «I preti non furono né tutti collaborazionisti, né tutti partigiani, e anzi, la varietà delle esperienze racconta molto bene la complessità della Chiesa e anche la difficoltà di elaborare una memoria univoca». «Pastori – ha aggiunto Andrea Pozzetta, direttore scientifico della Casa della Resistenza, coordinatore dell’incontro, – che erano uomini immersi nella loro epoca, che hanno fatto le loro scelte, a volte sbagliando, altre esitatando, spesso rischiando personalmente per amore della propria gente. Confrontandosi interiormente con la necessità di scegliere da che parte stare hanno deciso di stare dalla parte della comunità».
Come ha detto ancora Santagata: «Custodire la gente significava, in certe situazioni, esporsi in prima persona; evitare una rappresaglia o portare un messaggio partigiano, non era indotto da uno schieramento ideologico, ma da scelte interiori».
Nel desiderio di salvare i propri fedeli – i figli della propria gente – molti preti di montagna si trovarono, giorno dopo giorno, a valicare la soglia dell’obbedienza formale, mettendosi in gioco in prima persona. Furono interlocutori dei partigiani, nascosero armi o feriti, predicarono libertà; ma furono anche mediatori, con il credito necessario per discutere alla pari con i nazi-fascisti.
«Non fu la politica a portarli nella Resistenza – ha ricordato Santagata – ma la vita quotidiana. L’urgenza di dare una risposta concreta, a volte disperata, a chi bussava alla porta».
Alcuni di questi sacerdoti salirono in montagna. Altri restarono, facendo resistenza con l’accoglienza, con il silenzio, con la parola giusta al momento giusto. Nessuno, in quel contesto, poteva restare indifferente. «Non furono tutti partigiani – ha ribadito Pozzetta – ma nessuno fu veramente neutrale. E questo, in una guerra civile, è già una presa di posizione».
Custodi e ribelli insieme, dunque. Ribelli per amore e per giustizia, si potrebbe dire. E proprio per questo, custodi. Pastori di un popolo che, in quel momento, supplicava disperatamente di essere accolto, compreso e difeso, un grido che i sacerdoti seppero raccogliere seppure con differenti sfumature, dando il loro contributo a uscire dall’incubo.
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