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I martiri, con il loro esempio, hanno il compito di guidarci nel cammino della vita. Ma chi sopravvive alla terribile esperienza della persecuzione ha il compito arduo di convivere ogni giorno con quello che ha passato e di raccontarlo, specialmente alle nuove generazioni. Probabilmente è questo uno dei motivi per il quale il Cardinale Ernest Simoni, sacerdote albanese sopravvissuto alla persecuzione del regime comunista, ha deciso di rilasciare l’intervista al nostro giornale, realizzata a Firenze – dove lui vive da anni – nel quadro del progetto per le classi quinte del Liceo economico sociale all’Istituto superiore “L. Cobianchi” di Verbania, dedicato alle figure dei martiri.

Del resto lui alla diocesi di Novara è particolarmente legato. Nel 2016, insieme a Mons. Renato Corti, fu nominato Cardinale da Papa Francesco. Nel 2018 ha dato la sua testimonianza a Verbania alla Veglia missionaria con i giovani invitato dall’allora direttore del Centro missionario don Giorgio Borroni ed il 9 di giugno sarà a Varallo, ospite di don Roberto Collarini.

Eminenza, cosa avvenne il giorno del suo arresto e quali furono le accuse?
«Dopo nove anni di sacerdozio, il 24 dicembre del 1963, venni arrestato con un decreto emanato dal Presidente Enver Hoxha. Mi definirono “nemico del popolo” perché avevo detto che “dobbiamo morire tutti per Gesù perché solamente Gesù è la salvezza del mondo” e questa fù la prima accusa. Quell’anno morì, assassinato, John F. Kennedy, il presidente americano ed io celebrai una Messa in sua memoria e questa fu la seconda accusa, “avevo celebrato una Messa per i criminali del mondo”. La terza accusa era legato agli esorcismi che facevo grazie ai quali venticinque mussulmani erano guariti. Io lo dicevo a tutti che non ero io a guarire, ma Gesù. Ma per il regime ero considerato come una specie di “guaritore” o “mago”. Mi presero a calci, mi legarono le mani e mi lessero la sentenza della condanna dove si diceva che mi avrebbero impiccato. Ho subito molto per tre mesi, cercavano di farmi dire cose e parole conto il mio Vescovo, contro i miei confratelli e contro la Chiesa, ma io non cedetti, non dissi mai niente. Ed allora ancora torture, le catene tedesche, la sistolazione del cuore e secchi di acqua gelata. Ma, nonostante tutto ciò, mi sono salvato e non so come è successo, solo il Signore lo sa».

Cosa accadde dopo?
«Successivamente, mi misero in cella una microspia per sentire cosa dicevo contro il comunismo e contro il Presidente Enver Hoxha, perché non riuscivano a confermare nessuna accusa per potermi condannare a morte. Mi portarono in cella anche un mio amico, ancora oggi non so il perché lo ha fatto, sicuramente il Signore lo sa. Lui doveva riferire tutto ciò che dicevo, ovviamente, provocandomi. Io invece rispondevo, come sempre, a tutti, che “Gesù è amore infinito, è stato detto “pugno contro pugno”, ma io vi dico “amate, pregate e perdonate i vostri nemici”. Rispondevo che io non sapevo se avevo nemici, ma che io amavo tutti sull’esempio di Gesù. Tutto ciò venne riferito al Presidente e li fecero ascoltare tutte le mie parole. E quella microspia, anziché diventare la mia condanna, fu la causa della mia liberazione, perché avevo detto che “dovevamo amare tutti”. Dissero che ero stato perdonato, che non mi avrebbero impiccato, ma che avrei passato tutta la vita ai lavori forzati».

Così finì nei campi che erano prigioni a cielo aperto.
«Sì, esattamente e, dopo dieci anni di lavori forzati nelle miniere, nel 1973 ci fu una sommossa nel campo e tutte le accuse furono fatte a me, perché ero l’unico sacerdote e mi volevano bruciare vivo. In quel campo vivevano quattro mila persone e si radunarono tutti in mia difesa. Furono ritirate tutte le accuse e per la seconda volta mi salvai ed ancora oggi non so come».

Lei, però, ha sempre continuato a fare il sacerdote…
«Sempre. Durante tutto il tempo mi sono impegnato nel predicare la speranza e a comunicare alle persone che Gesù è qui, con noi. Continuavo a fare esorcismi e a dire ai cattolici che dovevano pregare il Santo rosario perché è la nostra salvezza».

Eminenza, che messaggio vorrebbe dare ai giovani?
«Non solo ai giovani, ma a tutte le persone. Noi tutti siamo capolavori di Dio e, come dice San Paolo, Dio vuole che tutti gli uomini si salvino. La prima assoluta questione è la salvezza dell’anima. Siamo nati e siamo stati creati per il Paradiso e tutti noi dobbiamo mantenere la legge divina. Non con le parole, ma con la mortificazione, la penitenza, il digiuno e la preghiera assidua».

Questa intervista con tutti gli articoli dal territorio della Diocesi di Novara si può trovare sul nostro settimanale in edicola a partire da venerdì 23 maggio. Il settimanale si può leggere abbonandosi o acquistando il numero che interessa cliccando direttamente qui.

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