Il Simposio Rosminiano di quest’anno, promosso dal Centro Internazionale di Studi Rosminiani di Stresa, ha avuto per tema “Antonio Rosmini e il senso dell’umano nell’odierna società tecnologica”, dedicando l’ultima giornata al ricordo di Michele Federico Sciacca, che nel 1966 aveva promosso la fondazione del Centro stresiano, con l’intenzione di favorire la diffusione del pensiero di Rosmini, accogliendo studiosi da tutto il mondo.
Dall’8 all’11 luglio, relatori, borsisti e partecipanti, provenienti dall’Italia, dall’Europa, dall’America e dal Sud America, hanno avuto modo di potersi confrontare liberamente su tematiche fondamentali di notevole attualità. La formula di dividere ciascuna giornata in sessioni specifiche – decisamente apprezzata – ha favorito dibattiti e discussioni tra i presenti, utili al confronto e al dialogo costruttivo.
I “Simposi rosminiani” sono un evento annuale pensato soprattutto per il mondo universitario, come luogo elettivo per il confronto e la diffusione di idee. Ai relatori invitati è chiesto oltre alla relazione tematica il confronto con le domande del pubblico, che ha sempre l’opportunità d’intervenire, nel rispetto di quella sana “libertà del filosofare” che ha sempre caratterizzato la peculiarità del pensiero rosminiano.
L’urgenza di una pedagogia che porta al “riconoscimento dell’essere nel suo ordine”, come ha suggerito in apertura il Direttore del Centro Internazionale di Studi Rosminiani di Stresa, padre Eduino Menestrina, è stata intesa come una autentica sfida «che deve impegnare tutti noi, responsabilmente, nel procedere in quella direzione già prospettata da Rosmini ed indicata dallo stesso papa Leone XIV».
Secondo la stimolante proposta di rinnovamento epistemologico avanzata da mons. Antonio Staglianò, dovremmo cominciare a comprendere che il “divino nell’uomo” di rosminiana memoria deve essere un elemento imprescindibile per considerare adeguatamente l’uomo nella sua realtà di “essere creato nel generato”. Secondo una visione autenticamente cristiana, cioè svincolata dal riduzionismo illuministico in cui si rischia di essere trascinati, possiamo renderci conto che la cosiddetta “Intelligenza Artificiale”, «non potrà mai attingere a questa sorgente divina, perché resterà pur sempre un “prodotto”, uno “strumento”, per quanto potrà essere utilizzata per simulare la persona umana».
Siamo sempre chiamati ad affrontare sfide, come quelle lanciate dal transumanesimo, e Markus Krienke ne ha rilevato modalità e possibilità, sottolineando come sia determinante porre la domanda riguardante il “luogo antropologico” della tecnologia e come le nuove tecnologie finiscano per incidere su di esso. L’antropologia di Rosmini ci fornisce tre “leggi antropologiche” fondamentali: «la valorizzazione del corpo proprio e degli altri», «l’affermazione della singolarità e irriducibilità della persona nella sua dignità» e «il riconoscimento incondizionato dell’altro».
Massimiliano Nicolini, dopo una panoramica sul futuro, ha dimostrato come il problema sia l’uso che potremo fare dell’AI, perché nel momento in cui, «noi non avremo più capacità di ragionamento nel delegare il pensiero alla macchina, sarà la macchina che deciderà per noi. Ma siccome non è la macchina che decide per sé, sarà l’uomo che è dietro la macchina a decidere».
Dietro l’Intelligenza Artificiale vi sono algoritmi che concernono specifiche applicazioni matematiche, al proposito Giandomenico Boffi ha dimostrato come «la matematica ha una dimensione umana che va al di là del calcolo e coinvolge anche le dimensioni affettive, estetiche dell’essere umano e quindi l’intelligenza matematica non è certamente surrogabile da queste intelligenze artificiali».
Nell’ambito delle filosofie contemporanee Marco Damonte indica che il periodo di “crisi” che attraversiamo sia da intendersi anche positivamente, visto che questo «cambiamento d’epoca più radicale» ci consente di riconsiderare i «punti di riferimento fondamentali» cui dobbiamo riferirci.
Scienza, filosofia e valutazione morale, unitamente ad una corretta ermeneutica aperta alla verità, come ha spiegato Jacob Buganza, aprono al tema dell’interpretazione della nostra realtà nella nostra attualità; sicché «il valore e l’attualità stessa del pensiero di Rosmini concorrono a farci riflettere oggi sulle giuste modalità necessarie per affrontare le problematiche più complesse del nostro tempo».
Damiano Bondi ha aperto alla seguente riflessione: «nel contesto odierno, sembra che appartenere alla specie umana non sia né una condizione necessaria né una condizione sufficiente per essere “persone”: ci sono persone non umane, e esseri umani non personali». Comprendere se e come la storia dell’idea di “persona” possa aiutare a comprendere non solo noi stessi, ma cosa siano le intelligenze artificiali e i robot intelligenti di prossima generazione, è un percorso decisamente stimolante.
A seguire Fulvio De Giorgi ha rilevato i rischi di non considerare adeguatamente la conoscenza storica, per cui occorre «recuperare, in modo innovativo, il portato della grande tradizione di storiografia scientifica, sul fondamento di una epistemologia della conoscenza storica». Erica Bresadola si è focalizzata sui temi «dell’ascolto, dell’incontro, dello sguardo, della risonanza, della connessione fisiologica/neurologica, dell’appartenenza, del silenzio, del rispetto, dell’accettazione positiva incondizionata della persona, della congruenza e della valorizzazione dell’umano», sottolineando la necessità di considerare l’essere umano nella sua complessità e fragilità.
La giornata finale è stata dedicata a Michele Federico Sciacca. Per l’occasione sono intervenuti alcuni esperti del suo pensiero. Paolo De Lucia ha spiegato «come dalla verità agostiniana e dall’essere ideale rosminiano scaturisce l’intuizione sciacchiana dell’interiorità oggettiva»; Flavia Silli ha sostenuto che per Sciacca «l’uomo è un essere finito radicato nell’infinito, continuamente proteso oltre sé stesso verso un compimento che solo nella trascendenza trova senso. Questo squilibrio esistenziale, di chiara risonanza agostiniana e pascaliana, lungi dall’essere un difetto, rivela la dignità metafisica della persona, chiamata a partecipare, nella libertà, alla luce dell’Essere che la trascende»; Tommaso Valentini ha mostrato come la visione rosminiana «può costituire, per Sciacca, una valida risposta a tutte quelle forme politiche, come il marxismo, che tentano di violare i diritti del singolo (libertà e proprietà) in nome dei diritti collettivi (egualitarismo economico); Alessandra Modugno ha concluso offrendo una lettura profonda de L’uomo, questo “squilibrato” (1967), l’opera in cui Sciacca «legge l’identità della persona alla luce della propria posizione ontologica e metafisica», facendo emergere come «il cuore della proposta filosofica di Sciacca sia la relazione, concepita nei termini di co-principio di ogni ente finito o creato, il che è di particolare interesse e attualità nel contesto culturale attuale».
Questo Simposio Rosminiano ha significativamente posto le basi affinché si proceda in questa direzione, particolarmente apprezzata, accogliendo positivamente i suggerimenti e l’entusiasmo di quanti, che potremmo definire rosminianamente “amici della verità”, desiderino mostrare quel coraggio metafisico di cui parlava Rosmini, secondo il quale, dobbiamo essere «liberi seguaci della verità», evitando di accettare compromessi immorali, che ci allontanerebbero metafisicamente dalla Verità e cristianamente dalla Salvezza.

Samuele Francesco Tadini, *Referente scientifico del Centro Internazionale
Studi Rosminiani