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Ci sono serate in cui le parole pesano più del solito. Quella dedicata a Teheran — terzo e ultimo appuntamento del ciclo “Città geopolitiche”, promosso dal Centro missionario diocesano di Novara, in Vescovado — è stata una di queste. Relatrice Pegah Moshir Pour, giornalista iraniana cresciuta in Italia dall’età di 9 anni, firma de La Repubblica e tra le voci più lucide sull’emancipazione delle donne iraniane.

E autrice del volume “Teheran. Il fascino millenario e l’inquietudine contemporanea”. Ha parlato con la voce di chi porta dentro di sé due Paesi, e con la consapevolezza di chi sa che fuori, in quel momento, altri stavano pagando un prezzo altissimo per le stesse parole.

«Quando abbiamo pensato a questo momento non c’era nulla di quanto sentiamo ogni giorno. Emotivamente potrei essere in difficoltà». Non è retorica: sono 60 giorni senza notizie dei familiari rimasti in Iran, nel silenzio di un blackout che isola milioni di persone da ciò che si sta decidendo sopra le loro teste. La premio Nobel per la pace 2023 è tra la vita e la morte in carcere dopo un ictus. Suo marito è detenuto con lei.

Le esecuzioni continuano, anche di giovanissimi. Eppure Moshir Pour non si è fermata al dolore. Ha raccontato con la precisione che viene dalla conoscenza, non dalla commozione.

Il punto di partenza è generazionale. Chi è nato dopo la guerra Iran-Iraq del 1980 è cresciuto rifiutando il regime dal primo giorno. Il 2009 ha chiuso la speranza di cambiarlo dall’interno: brogli elettorali, repressione, sangue. Da allora gli iraniani sanno che le urne non bastano, e che neppure i riformisti hanno saputo tutelare i cambiamenti che la maggioranza chiedeva.

«È una società fortemente politicizzata e prontissima». Non è speranza vaga: è …

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