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Nelle scorse settimane la celebre scrittrice per ragazzi Anna Lavatelli è uscita con un palpitante romanzo di formazione dal titolo La chiamavano Cinquemila per le edizioni Interlinea: una storia cruda per ridare dignità alle donne.

Abbiamo incontrato l’autrice nella sua casa di Cameri, nella via intitolata al grande scrittore per ragazzi Gianni Rodari, non a caso nume tutelare della produzione fino a qui di colei che ha vinto anche il premio Andersen con un’opera dedicata proprio ai più piccoli, Bimbambel.

In questo nuovo libro si confronta con un romanzo di formazione dopo aver già affrontato temi scottanti come la Shoah in Il violino di Auschwitz: che cosa l’ha ispirata?

«In questo momento così difficile per chi non rientra negli standard sociali, con casi diffusi di scarsa inclusione, soprattutto nei confronti di donne, ho pensato di scrivere una storia che mettesse in luce l’ingiustizia e la violenza di genere. In verità non c’è una sola ispirazione anche se nella mia zona mi è capitato di leggere fatti di cronaca nera con protagonista una giovane donna trovata morta: mi ricordo un caso a Marano Ticino alla fine degli anni ’90 e nello stesso periodo il fatto di una ventenne trovata senza documenti, soltanto con un pettine e uno specchietto addosso, nel Torinese. Ma anche nel Milanese, dove ho insegnato per anni, e anche più vicino a casa. Però la storia che pubblico e che si svolge in Lomellina non ha riferimenti precisi ed è di fantasia. Occorre far emergere il dramma di queste giovani che si prostituiscono senza volerlo o senza capire, comunque trattate come persone di serie B dalla società perbenista, perché i giovani capiscano che la vita va rispettata sempre e va vissuta in altro modo».

Perché ha ambientato la storia nel Sessantotto?

«Credo che il ’68 sia un momento decisivo per i giovani e per la consapevolezza dei diritti civili. Ma anche dell’affettività sana. Ed è curioso che mentre le proteste infiammano i giovani d’Europa, nei paesi della nostra pianura – una località lombarda nella vicenda narrata – regna calma piatta. Ma non tutto è come sembra. È il momento in cui certi valori delle persone vengono schiacciati einvece devono prevalere».

La giovane protagonista, giornalista in erba, è autobiografica?

«Lo è almeno solo in modo ideale, nel desiderio di vivere di scrittura e di fare del bene con le parole. Da ragazza amavo l’idea del giornalismo e della scrittura. Ma il romanzo non narra episodi che ho vissuto realmente. Sono una scrittrice di professione e punto sempre all’invenzione, anche se sulle orme di Manzoni qualcosa di verità ci può essere, ma più a livello ideale. Così la protagonista del libro la morte per annegamento di una prostituta anch’essa giovane diventa non tanto una opportunità per farsi strada nel giornale con cui ha cominciato a collaborare ma soprattutto il modo di scoprirsi donna con valori da condividere. Infatti quando le indagini si chiudono fin troppo rapidamente la ragazza prosegue per proprio conto, spinta da un sentimento di pietà per una donna che molti in paese chiamavano semplicemente “Cinquemila”, cioè quanto faceva pagare i suoi clienti (è un modo di nominare una donna, togliendole dignità, che ho sentito in varie località e in vari momenti storici), e della quale a nessuno importa come e perché sia morta. C’è dell’altro: la protagonista vuole dimostrare a se stessa di poter andare fino in fondo proprio quando agli altri non interessa più e proprio perché c’è di mezzo un’altra donna giovane come lei».

Trattare temi così scabrosi non può essere frainteso mettendo ancor più in cattiva luce le figure di queste giovani in difficoltà che sono costrette a comportarsi in modo così sconveniente?

«È proprio il contrario. C’è bisogno di ridare dignità a queste figure, sfruttate dal peggior patriarcato e alcune volte relegate alla marginalità sociale perché non sono come gli altri, dal punti di vista intellettivo o culturale o fisico. Non dimentichiamo che ciò avviene da sempre e si pensi a un modello letterario altissimo come la giovane Antonia del capolavoro di Vassalli, La chimera, che addirittura viene condannata al rogo nel Seicento, nella nostra regione, per essere “diversa”. Quante somiglianze con la giovane donna che descrivo nel libro. Quanta ingiustizia che bisogna condannare raccontando queste brutte storie. È un dovere morale di noi autori non scrivere soltanto fiabe edulcorate».

In effetti c’è la pagina della tragica fine della disgraziata “Cinquemila” che è davvero un riscatto per lei, quasi un modo per vederla come un angelo, dove scrive nel libro “Lei invece era stanca di stare al gioco, stanca di patire, e s’era distesa come un’Ofelia nel suo letto d’acqua e aveva chiuso gli occhi e aveva sorriso, «addio mondo crudele, tolgo il disturbo»”. È così?

«La ringrazio di aver scelto questo brano, che ritengo anch’io molto forte e riuscito. In un’altra pagina scrivo che alla giovane giornalista sembrava davvero sincera la pena che sentiva per quella donna sfortunata e il fatto che poi scopre che il ragazzo che le piace è coinvolto nel fattaccio, e la pensa come tanti altri, è la dimostrazione che c’è bisogno di parlarne, di raccontare storie così, negli anni’60 come oggi, anche con la letteratura».

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