Martedì 16 giugno il termine per versare l’acconto. Entro il 30 giugno la dichiarazione relativa all’anno precedente. Le parrocchie hanno diritto all’esenzione, ma solo se dichiarano correttamente.
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Una scadenza che spesso sfugge dai radar della gestione parrocchiale, ma che comporta conseguenze concrete: il 16 giugno 2026 è il termine per versare l’acconto dell’Imposta Municipale Propria (Imu) relativa all’anno d’imposta 2026. Non si tratta di una data astratta per soli addetti ai lavori. Coinvolge ogni parrocchia che possiede immobili, dalla chiesa alla canonica, dall’oratorio agli immobili accessori. E il regime tributario, dopo le riforme degli ultimi tre anni, è tutt’altro che banale.
Le regole sono cambiate
Fino al 2022, il sistema era più statico. Dal 2023, invece, ogni ente non commerciale (categoria in cui rientrano le parrocchie) è tenuto a presentare la dichiarazione Imu-ENC ogni anno, indipendentemente dall’assenza di variazioni. La Legge di Bilancio 2024 ha introdotto una norma di interpretazione autentica che ha chiarificato anche alcuni aspetti critici: l’esenzione non decade automaticamente se una canonica rimane inutilizzata per un breve periodo, purché il vincolo di strumentalità rimanga, e il comodato gratuito di un immobile parrocchiale a un’associazione può godere di esenzione, se sussiste un collegamento funzionale.
Cosa significa per una parrocchia?
Significa che la chiesa è esente, così come la casa parrocchiale. Significa che una sala parrocchiale utilizzata per catechesi è esente, ma se una porzione viene affittata a terzi, quella porzione diventa imponibile.
Le date da ricordare
Ci sono due scadenze per chi deve versare l’IMU: 16 giugno, l’acconto (I rata) e 16 dicembre, il saldo (II rata). Ma, anche per chi non deve versare nulla, diventa fondamentale la dichiarazione annuale che deve essere presentata entro il 30 giugno 2026 per l’anno d’imposta 2025. Non si tratta di adempimento facoltativo. L’omissione della dichiarazione comporta una sanzione del 100-200% dell’imposta dovuta, con minimo 50 euro. Una dichiarazione infedele (cioè contenente dati inesatti) genera sanzioni dal 50 al 100% della maggiore imposta, sempre con minimo 50 euro.
Ma ci sono anche delle opportunità. Se la chiesa o la canonica risalgono a prima del 1950, una riduzione del 50% della base imponibile è automatica (presunzione di interesse storico, senza necessità di certificazione ministeriale formale). Se la parrocchia affitta un immobile a canone concordato moderato, scatta una riduzione del 25% dell’IMU. Queste agevolazioni sono poco conosciute e spesso dimenticate nelle dichiarazioni.
L’accertamento
Un’altra novità rilevante riguarda l’accertamento. Con la riforma dello Statuto dei diritti del contribuente, il Comune è ora tenuto a notificare uno schema di accertamento almeno 60 giorni prima di richiedere il pagamento, dando alla parrocchia la possibilità di controdedurre con documentazione. È un diritto concreto che non va sottovalutato e accolto prontamente. In molti casi, il contraddittorio consente di evitare il pagamento.
Il consiglio finale è semplice. Una dichiarazione corretta, presentata entro i termini, con documentazione di supporto (foto dell’immobile, delibere, contratti), protegge la parrocchia da accertamenti futuri. Una dichiarazione omessa o infedele genera rischi concreti di sanzioni e contenziosi. La scadenza del 16 giugno non è lontana. Vale la pena dedicare un pomeriggio a leggere la guida e, se necessario, consultare un commercialista che conosca gli enti ecclesiastici oppure confrontarsi con l’economato della Diocesi. Il tempo investito adesso può evitare sorprese spiacevoli nei prossimi cinque anni.
