Le Olimpiadi sono uno straordinario evento che richiama continue emozioni e pensieri. Sono una grande occasione di festa dove le persone che hanno la fortuna di parteciparci, in particolare gli atleti, rendono questa esperienza indimenticabile. Anche gli spettatori diventano dei veri protagonisti perché non solo assistono, ma sono parte integrante dello spettacolo, e fanno spesso la differenza.
È davvero un momento in cui nessuno resta in disparte, tutti si danno da fare con ruoli più visibili o nascosti, perché le cose funzionino bene e ciascuno possa dare il meglio di sé. Penso ai dirigenti, agli allenatori, a chi si occupa della logistica, a chi ha costruito in questi anni gli impianti che accolgono tutti; i volontari, gioiosi e indispensabili. Una vera comunità in festa perché a tutti scappi un sorriso una lacrima una amicizia in più.
Se dovessi scegliere una parola per definire l’evento olimpico direi proprio comunità perché è ciò che manca di più a questo mondo. Il cocciuto appello alla pace della tregua olimpica di papa Leone (qui l’editoriale di don Renato Sacco, presbitero novarese e consigliere nazionale di Pax Christi) e del presidente Mattarella ci aiutano a capire che è la comunità intera chiamata a partecipare a migliorarsi, a dare il meglio di sé, e chissà se chi non raccoglie questi appelli stia già facendo il massimo, ma è proprio poco e non basta davvero per costruire una vera comunità umana.
Potremmo dire che ci piacerebbe assistere ad una Olimpiade “disarmata e disarmante” per la sua bellezza. Così disarmata che tutti vorrebbero vederla senza scappare o preoccuparsi di sopravvivere anziché di vivere la propria vita. Così disarmante perché i protagonisti sono i giovani. E quando questo accade significa che siamo sulla strada giusta.
Già i giovani, sempre criticati, interpretati, studiati e spesso condannati, ma forse poco ascoltati e accolti. I giovani che ci chiedono di dare il meglio di noi – cosiddetti adulti- per aiutarli a crescere. Ci chiedono di correggerli non di sgridarli o, peggio ancora, giudicarli. Ci chiedono di essere incoraggiati con quel “Dai!” che è tipico del mondo sportivo e non di essere solo obbligati ad essere migliori di altri sentendosi scartati quando non ce la fanno. I giovani che hanno così paura di fallire nella vita da non avere più voglia neanche di provarci, forse perché nessuno, allungata una mano in aiuto, poi ha la forza di trattenerla.
Quanti pensieri possono regalare questi pochi giorni spensierati, agonisti, felici. Pieni di vittorie e di sconfitte, di inni e di abbracci di una voglia grandissima di esserci e di incontrarsi.
Dobbiamo farne tesoro, come a darci una carica. E aiutare lo sport a diventare una concreta occasione di rinascita, di rivincita, di riscatto, a volte per lo sport stesso. Anche la Chiesa forse dovrebbe guardare allo sport come a una grande opportunità per i giovani e non solo. Aiutare chi non lo vuole trasformare in un business ma in una occasione di comunità. Ho sempre pensato che nelle nuove ministerialità di cui si parla nella Chiesa, ci sarebbe posto, accanto al catechista, anche per l’allenatore sportivo, quando questo ruolo diventa una occasione di crescita integrale della persona: fisica, morale, psicologica e soprattutto spirituale.
Un’opportunità per chi è ancora alla ricerca di sé e del senso della vita e non trovandola in altri lughi potrebbe trovarla in un campo da gioco, non da solo; ma circondato da tutto quello che serve per scoprirlo. I nostri oratori e le nostre parrocchie, ma direi soprattutto i nostri cortili, sono sempre stati abitati da giovani in ricerca, a volte attirati da un pallone o da una pallina.
Poi hanno trovato qualcosa di più che è durato per tutta la vita. Non succede sempre, ma come dicevamo prima se non si tenta non si riesce. Forse dovremmo provarci un po’ di più. Forse dovremmo crederci un po’ di più. Forse dovremmo avere più speranza nei giovani e nello sport. Le Olimpiadi ci daranno un po’ di entusiasmo, non sprechiamolo anche solo interrogandoci se davvero non valga la pena riavvolgere il nastro e ricominciare a dare il meglio di noi anche in un cortile.

Don Franco Finocchio
cappellano della squadra olimpica italiana
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