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«Chiediamo rispetto della tregua olimpica. Lo sport faccia tacere le armi». Così il Presidente Mattarella pochi giorni fa alla Scala di Milano. «Chiediamo che la tregua olimpica venga ovunque rispettata. Che la forza disarmata dello Sport faccia tacere le armi… dobbiamo essere la pace che desideriamo vedere nel mondo, diceva Martin Luther King».

Iniziano le Olimpiadi (qui l’articolo di don Franco Finocchio, presbitero novarese e cappellano della squadra olimpica italiana) e viene naturale pensare alla tregua olimpica dell’antichità: per chiunque partecipasse alle grandi feste e giochi cessavano le inimicizie pubbliche e private. Ne ha parlato anche papa Leone all’Angelus: «Rivolgo i miei auguri agli organizzatori e a tutti gli atleti. Queste grandi manifestazioni sportive costituiscono un forte messaggio di fratellanza e ravvivano la speranza in un mondo in pace. È questo anche il senso della tregua olimpica, antichissima usanza che accompagna lo svolgimento dei Giochi. Auspico che quanti hanno a cuore la pace tra i popoli, e sono posti in autorità, sappiano compiere in questa occasione gesti concreti di distensione e di dialogo».

Per dirla con tono un po’ ironico, questi inviti alla tregua olimpica ricordano quelle parole che anni fa i genitori o i nonni dicevano ai figli quando uscivano la sera: «Vai piano e torna presto». Era una frase di rito, ben lontana dalla realtà. Così, in queste Olimpiadi 2026, sembrano lontane se non addirittura stonate. Siamo travolti da venti di guerra sempre più impetuosi. Investimenti in armi sempre più folli. Roberto Cingolani, AD di Leonardo, è andato in questi giorni nelle scuole per dire che «siamo in un momento in cui nel pianeta ci sono 61 guerre. La pace non è gratuita, la pace va difesa e per difendere la pace c’è bisogno di essere in grado di investire e avere un sistema che faccia paura a chi ci aggredisce. Non fatevi fregare da chi dice che buttiamo soldi in armi. Non è così».

Ecco. Detto tutto. Ecco la propaganda della guerra portata a scuola, eccola la giustificazione delle folli spese in armi. Se poi molta gente non ha i soldi per curarsi, pazienza. Questa è la realtà oggi. Altro che tregua olimpica. E tutto sembra filare liscio, come se fosse normale stringere accordi militari con governi come quello di Netanyahu, o quello egiziano, a 10 anni dalle torture e dall’assassinio di Giulio Regeni. L’unica cosa che importa sono i soldi, gli affari. Il nostro Ministero della Difesa, alla faccia della tregua olimpica, non solo migliora sempre più l’impegno con i caccia F-35, ma ha chiesto addirittura di triplicare l’impegno economico per il progetto del nuovo aereo “GCAP”, di sesta generazione, in collaborazione con Inghilterra, Giappone e ora anche Arabia Saudita: da 6 miliardi a 18 miliardi.

E potremmo continuare con un lungo elenco, tragico. Ma c’è da valorizzare un segnale importante, che continua da diversi anni e che troverà proprio venerdì 6 febbraio il suo apice: «I portuali non lavorano per la guerra». Proprio il giorno dell’apertura delle Olimpiadi. «La protesta – scrivono – partirà da 21 tra i più grandi e importanti porti europei e mediterranei, come Bilbao, Tangeri, Pireo, Mersin, Genova, Livorno, Trieste, Ancona e Civitavecchia e altri ancora. Negli ultimi giorni abbiamo ricevuto l’adesione anche dai porti di Amburgo e di Brema ed anche negli Stati Uniti, in diverse città portuali, si stanno organizzando mobilitazioni e iniziative. Un’azione congiunta e coordinata come non si vedeva da decenni alla quale si sono uniti movimenti e associazioni di solidarietà».

Già in questi anni, con l’iniziativa “Fari di Pace”, avevamo sollevato il problema in molti porti italiani del coinvolgimento degli scali con la guerra. Il momento più importante forse è stato il 2 aprile 2022 a Genova dove, alla presenza di numerose associazioni cattoliche e laiche, dei vescovi di Genova e Savona e di tantissime persone, avevamo dato la nostra solidarietà ai lavoratori del porto di Genova che si rifiutavano di caricare le navi con armi da guerra. Anche Papa Francesco li aveva ricevuti e sostenuti.
Abbiamo bisogno di gesti concreti contro la guerra. Mentre sembra normale rassegnarsi o innamorarsi della guerra, qualcuno dice NO. Come ci ricordava Papa Francesco: «Il male per vincere ha bisogno di complici». Possiamo celebrare le Olimpiadi ed essere complici della guerra?

Don Renato Sacco

Don Renato Sacco, Consigliere nazionale di Pax Christi

Il servizio, con altri articoli provenienti dalla Diocesi di Novara, si trova sul nostro settimanale in edicola e online da venerdì 6 febbraio. Il settimanale si può leggere abbonandosi cliccando qui

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