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Ma quanto ci fa bene essere gentili. A noi, agli altri, alla società. Così Novara si appresta ad avere l’onore di essere “capitale italiana della gentilezza”. Non un banale atto d’immagine ma per un cambio di marcia culturale. O, se preferite, un ritorno ai tempi in cui i riti di cortesia avevano un senso.

La gentilezza è un atteggiamento estremamente elaborato. Implica autocontrollo, sicurezza, empatia, stima degli altri e consapevolezza di se stessi. È anche una forza in materia di rapporti sociali. Si ottiene molto di più essendo gentili che con indolenza o bruschezza.

“Le parole gentili – amava ripetere Madre Teresa di Calcutta – possono essere brevi e facili da pronunciare ma producono un’eco infinita”.

Si dirà: ma con tutti i problemi del mondo era necessaria un’iniziativa come questa? Senza mezzi termini occorre ribadire: sì. Anzi, ancora di più.

Non si tratta semplicemente di mantenere un rispetto delle convenzioni, ad esempio dire «grazie» o «per piacere», per quanto anche questo sia sempre augurabile. È qualcosa di più dell’essere educati e rispettosi: si può esser estremamente onesti, corretti, irreprensibili, formalmente ineccepibili ma essere «freddi» cioè non gentili. In questo tempo, ciò di cui abbiamo bisogno è il calore che si mette nelle relazioni. Cioè, la vicinanza, l’empatia: un regalo che va oltre il dovuto. A condizione di non creare confusione con la smanceria che – altro che un pregio – si porta dietro un senso d’ipocrisia e, a tutto concedere, di falsità. Gentilezza non significa rinunciare a se stessi, dimenticarsi dei valori in cui si crede e perdere di vista gli obiettivi primari che, anzi, vanno affermati e difesi con forza. Gentilmente.

Paolo Usellini, direttore dell’Ufficio Scuola della Diocesi di Novara

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