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Difficoltà di accesso al mercato del lavoro, gap salariale l’impegno per la cura della casa che grava principalmente sulle loro spalle. Senza aprire il terribile capitolo degli abusi e e delle violenze, sul lavoro e in famiglia. Vivere nei panni delle donne non è ancora un gioco da ragazzi. Eppure si torna, come ogni anno, a celebrare la Giornata internazionale della donna, come se un solo giorno potesse cancellare e risolvere i problemi accumulati in secoli di storia.

Forse è il momento di piantarla lì con mimose e cioccolatini. I fiori, per carità, compriamoli ma facciamo anche un passo  in avanti. Perché la stragrande maggioranza delle donne è infastidita dalla retorica pseudofemminista dell’8 marzo. Perché tutto rimane come prima. In realtà, non c’è niente da festeggiare in un Paese che, su 136, si trova al 71esimo posto della classifica mondiale per quanto riguarda la parità di genere.

Occorre avere il coraggio di ammetterlo: non  c’è festa più ipocrita dell’8 marzo. Non solo per colpa degli uomini. Ogni volta, truppe di scalmanate si riversano nelle pizzerie per darsi alla trasgressione (?) e schiere di rispettabili signore si occupano di letture seriose. Per pensarsi libere.

Da ricorrenza inventata dalle tetragone  operaie della Russia pre-rivoluzionaria per i diritti delle donne, la Giornata si è trasformata in una specie di Carnevale, in cui vengono sovvertite tutte le regole a patto che il giorno dopo si riaffermi lo status quo. La formula “i diritti delle donne” si è logorata fino a perdere significato. C’è la festa della mamma, del papà, del gatto, degli innamorati ma non c’è la festa dell’uomo. Segno che in un mondo di uomini e donne quella dell’uomo si tiene 364 giorni l’anno.

Il significato di questa Giornata resta ancora una sfida. Specialmente in Italia, c’è ancora molta strada da percorrere prima che si realizzi una vera parità. La finta emancipazione di una sera (perché questo è – purtroppo – il senso della Giornata) conferma la corvée dell’anno intero.

L’8 marzo avrebbe ancora un senso (con le mimose che fioriscono prima a causa del cambiamento climatico) ma andrebbe recuperato il significato originario della festa: quello di chiedere a gran voce diritti sociali ed emancipazione. Altrimenti: cioccolatini, fiori e spogliarelli si colorano solo di mestizia. 

Riflettiamoci un momento:  cosa le donne non hanno? Non hanno autorità né rilevanza politica. Non dispongono di club esclusivi di potere economico né banche né pozzi di petrolio. Che senso ha stracciarsi le vesti per 24 ore invece di legare la ricorrenza a qualche obiettivo concreto e vincolante per la classe politica? Visto l’atteggiamento superficiale del mondo per la questione femminile, molto meglio sarebbe una coerente indifferenza alla celebrazione. Però un buon proposito per questo 8 marzo ce  lo abbiamo: aboliamo la rassicurante idea che le donne alla fine tra lavoro casa e figli “si arrangiano”. O meglio usiamo il verbo nel suo significato. Si, spesso si arrangiano, cioè rinunciamo, subiscono, restano frustate e deluse. 

Allora sosteniamolo con forza in vista di questo ennesimo 8 marzo: le donne hanno diritto di lavorare, se lo vogliono. Ma – attenzione – hanno diritto anche alla maternità perché non è affatto sminuente aspirare a metter su famiglia. E siccome i figli sono una grande risorsa per la società vorrebbe – ecco il punto – che le donne venissero premiate per questo, non discriminare. Vorrà pur dire qualcosa il fatto che, specialmente nel nostro Paese, il mondo del lavoro penalizzi le donne per via della maternità e che la nostra società soffra per tassi di natalità troppo bassi?

In sostanza: le donne non sono in cerca di festeggiamenti ipocriti e contentini. E non regalateci neanche la mimosa: se ci va ce la compriamo da sole. Perché alla fine potremmo scoprire che festeggiare noi stesse è solo la punta dell’iceberg per appropriarci della nostra felicità. Invece dei fiori, esigiamo più fatti. Dagli uomini ma anche da noi stesse. 

L’8 marzo dovrebbe presentarsi con uno slogan imperativo: “sii tutto ciò che vuoi essere” cioè realizza te stessa come meglio credi e scegli. Scegli se vuoi essere moglie, se vuoi essere madre, se vuoi restare single, se vuoi fare carriera, se vuoi pensare solo a te stessa, se vuoi votarti alla famiglia e occuparti della casa oppure se vuoi fare tutte queste cose insieme. Ognuna di esse è una scelta lecita ma solo se – davvero – libera. 

Invece quel  che abbiamo fatto di questa Giornata la dice lunga sullo strapotere del sessismo italiano. Ogni anno l’8 marzo il maschilismo rinnova il suo inganno: da una parte si resta attaccati alla routine, all’occasione commerciale, alla farsa, dall’altra agli scioperi e ai cortei. Sembrerebbe che almeno in Italia il patriarcato sia davvero mortale e la festa della donna, con la sua disarmante retorica, non faccia – ahinoi – che ribadirlo. Quando si capirà che l’empovermento femminile è una lotta che serve a tutti? Ci vuole coraggio, certo. Ma ce la facciamo ad immaginarlo, almeno per un secondo, un mondo che sia diverso per davvero?

Laura Fasano, Vice direttore Emerito de Il Giorno

Laura Fasano, Vice direttore Emerito de Il Giorno

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