Il 41% dei giovani tra i 15 e i 19 anni chiede consigli psicologici e sentimentali a ChatGpt. Non a un amico, non a un genitore: a un’intelligenza artificiale, da solo, nella sua camera. È l’esito di un’indagine di “Save the Children”. Un dato che fa riflettere.
«Dobbiamo parlare di persone. E abbandonare l’atteggiamento che parla di mondo digitale solo per sottolinearne i rischi. La questione in ballo è l’umano, il noi».
A parlare è don Luca Peyron, coordinatore del Servizio per l’Apostolato Digitale della Diocesi di Torino, tra i massimi esperti sul rapporto giovani, fede e mondo digitale, all’interno di un ampio servizio sul mondo giovanile questa settimana sul nostro giornale in edicola.
«La nostra attenzione in un mondo abitato da molte macchine – spiega – si deve concentrare sulle persone, su come le usano, ma soprattutto su chi sono davvero. Dobbiamo capire le ragioni per cui usiamo le macchine, viviamo sui social, lasciamo i più piccoli soli in rete». A volte per ore.
«Una prima evidenza – prosegue don Peyron – è che i ragazzi hanno forse poche occasioni di socializzare o i luoghi classici li considerano giudicanti e lontani. Così scelgono i social. Cosa offriamo loro? Che adulti siamo per loro?». Una situazione che è anche conseguenza di una società che chiede sempre più perfezione ed efficienza. «A casa, a scuola, nello sport chiediamo di essere sempre perfetti, senza sbavature. E spesso mostriamo anche inconsapevolmente come l’età adulta sembri terribile».
Facile che chi adulto non è, vivendo questo, decida di stare alla larga dalla vita. «Anche noi adulti – riprende – stiamo delegando all’intelligenza artificiale. Questo perché anche a noi viene chiesto di essere continuamente efficienti, con obiettivi da raggiungere e poco spazio per il riposo. Un utilizzo che riduce le capacità cognitive». E se ricorrono a ChatGpt anche mamma e papà, «perché non farlo anche
noi? Si dicono i ragazzi». «Corriamo il rischio di essere capaci di usare uno strumento ma senza una meta chiara», aggiunge don Peyron. Che si chiede se non sia venuto il tempo di riprendere in mano e trasmettere il senso autentico, ad esempio, dello studio: «Non è più bello puntare sulla bellezza del conoscere, sapere per essere liberi, non per corrispondere a delle metriche e diventare dei numeri noi stessi?».
Se la scuola è dell’obbligo, «annunciamo loro una vita di doveri e quasi mai di desideri». Desideri non come capricci, «ma motore interiore che ci spinge a scoprire chi siamo».
Se i bambini vedono gli adulti sempre sui social difficilmente desidereranno altro. «Spesso – dice il sacerdote – il digitale è un campo di battaglia, con parole armate e conflituali, l’algoritmo stesso premia la discussione fine a se stessa. Usare i social per creare ponti, per rinsaldare legami, anche per crearne di nuovi, tra reale e virtuale, coltivando interessi comuni è generativo e in questo la macchina è capacitante».
Tornare a educare e accompagnare: «l’alternativa è prescrivere o disinteressarsi, lasciando che altro, o altri, guidino al posto nostro, simulando un interesse che, alla fine, è solo commerciale».
I social usati senza cognizione di causa rischiano di dare dipendenza. «Ogni macchina, di ieri o di oggi,
è stata pensata a servizio dell’umano. Laddove perdiamo il fine di tutto questo, la macchina – un social o l’intelligenza artificiale – diventa il fine e si mangia il senso di tutto. La buona notizia è che i giovani, per primi, se ne stanno accorgendo: spengono, si staccano. Senza tanta presupponenza adulta dovremmo insieme – conclude l’esperto – scegliere un modo umano e alternativo a questo che in effetti così tanto ci spaventa».
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