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Pier Luigi Tolardo

Il Reddito di Cittadinanza, legge simbolo del movimento 5 Stelle avrà vita breve: 8 mesi secondo la legge di bilancio che dovrà essere approvata dalle Camere. Nel momento del suo tramonto, vale la pene di riavvolgere il nastro per capirne la storia.

La legge nasce da una proposta estremamente affascinante di Grillo: a fronte della riduzione del tempo di lavoro e dei posti di lavoro, a causa della massiccia automazione, ogni cittadino, per il solo fatto di essere tale, deve percepire un reddito minimo che gli consenta di vivere o di studiare, imparare una lingua,  svolgere attività sociali e artistiche.

La proposta (che divenne legge nel contesto di una mediazione con la Lega) ottenne un forte consenso soprattutto nelle aree del  Sud caratterizzate da una cronica disoccupazione con livelli percentuali più che doppi rispetto alla media nazionale ma anche da lavoro nero ed evasione fiscale e contributiva, dando un contributo non indifferente al successo elettorale del 2018 per i pentastellati. Parimenti, l’avere posto il mantenimento della legge alla base del suo programma, ha portato al partito di Conte un consenso superiore alle aspettativeun consenso superiore alle previsioni.

Che cosa doveva essere il Reddito di Cittadinanza e che cosa è stato?

Certo, non doveva essere solo assistenza ma anche uno strumento per agevolare un veloce inserimento di chi è disoccupato nel mondo del lavoro con l’obbligo di accettare almeno la terza proposta di impiego. C’era l’obbligo delle 8 ore settimanali di lavoro socialmente utile per i Comuni. Il dovere di frequentare corsi di formazione anche per completare eventualmente l’istruzione dell’ obbligo.

La parte del sussidio (anche se escludendo gli stranieri e penalizzando le famiglie numerose) è la parte che, indubbiamente, ha funzionato. Si è evitato che l’emergenza sociale della pandemia con i lockdown totali e parziali e i suoi effetti sul mondo del lavoro diventasse ancora più drammatica. Ha evitato che un milione di persone scendesse  sotto il livello di povertà.

Invece, la parte dell’avviamento al lavoro è fallita. Lo dicono il numero assolutamente basso di inserimenti in attività e il dato preoccupante dei giovani dai 18 ai 29 anni percettori del reddito di cittadinanza che non hanno mai frequentato alcun corso, nemmeno per completare le scuole dell’ obbligo. Malissimo, perchè i comuni non vi hanno dato seguito, anche la parte che prevedeva che i Municipi organizzassero lavori socialmente utili per i percettori del reddito. E, di questo, non è responsabile il Governo centrale.

Cattivissima stampa il Reddito di  Cittadinanza l’ha subita anche dall’emergre dei cosiddetti “lavori poveri”, forme d’impiego sottopagato, regolate da contratti senza un obbligo legale di salario minimo. In sostituzione di queste (per quanto modeste forme di lavoro) molti hanno preferito parcheggiarsi nell’assistenza sociale: fenomeno che ha dato un’aura generalmente negativa all’istituto, rafforzata ulteriormente da numerose notizie di abusi con soggetti evasori fiscali e una ragnatela diffusa di truffe.

Il Governo Meloni è intenzionato a cancellare il reddito di cittadinanza, rendendolo prima un istituto residuale per poi archiviarlo definitivamente.

Scelta – da sola – insufficiente e, persino, pericolosa.

Lo paventa Carlo Bonomi, Presidente di Confindustria, istitutizione non incline all’assistenzialsmo, secondo cui annunciare la fine dell’ Reddito di cittadinanza, senza presentare un’alternativa, può essere un fattore destinato a far crescerela protesta sociale.

La nostra carta costituzionale, dove si legge che è il lavoro e non un generico diritto al reddito, ad essere garantito può essere un buon punto di partenza per capire che cosa il legislatore e il governo dovrebbero fare mentre riflettono su come smantellare il Reddito di Cittadinanza.

Il Presidente del Consiglio dei ministri e il suo esecutivo, con il contributo delle opposizioni e il ruolo delle parti sociali, imprese e sindacati, dovrebbero concentrarsi sul creare condizioni per un mercato del lavoro che offra posti d’impiego dignitosi e retribuiti  adeguatamente, dare garanzie a quelli esistenti e distribuire l’impiego in modo più equo.

In questo momento le forze politiche sembrano piuttosto concentrate su una battaglia ideologica, difensiva o distruttiva dell’istituto del Reddito di Cittadinanza. Sarebbe meglio destituirlo della sua centralità, depurarlo delle storture, e inserirlo nella vita del Paese alla luce del diritto costituzionale al lavoro.

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