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«E Dio creò l’uomo a sua immagine; a immagine di Dio lo creò: maschio e femmina li creò». Parte da questo celebre versetto della Genesi l’omelia del vescovo Franco Giulio per le Ceneri, celebrate in cattedrale in apertura del cammino di Quaresima. Fanno da sfondo anche all’edizione di quest’anno di Passio, il progetto “tra cultura e arte attorno al mistero pasquale”, quest’anno dedicato alla riflessione sulle sfide dell’intelligenza artificiale. Che tenta di replicare, proprio come in un’immagine, creatività e raziocinio umano e che «quando a breve sarà disponibile non solo a ricercatori e scienziati, ma a tutti noi sui nostri smartphone, cambierà nel profondo le nostre vite – ha detto il vescovo – così come da vent’anni a questa parte ha fatto la rivoluzione digitale».

Ma cosa intendono le Scritture, quando parlano dell’uomo fatto “a immagine di Dio”? «Immagine – ha spiegato – significa “simulacro”, copia. La tradizione vuole che solo l’uomo sia a “immagine di Dio”. Nessun’altra creatura vivente, nessun altro elemento della natura. Che così diviene il rappresentante di Dio sulla terra». Con una sfumatura importante, però. «La Genesi parla al plurale. “Uomo e donna”. Non siamo un’immagine di Dio che resta da sola, ma vive e si definisce in un tu differente, nel quale specchiarsi». Una condizione, quella di uomini e donne, «che la tradizione definisce come di “Re” del Creato. Un re che ha il compito di prendersene cura».

Ed è proprio il tema della custodia, di questa “immagine di Dio” che ogni uomo e donna porta dentro di sé, il nodo centrale del cammino verso la Pasqua. Brambilla lo spiega commentando il Vangelo di Matteo che proponeva il celebre episodio i cui Gesù risponde ai farisei che gli domandavano se fosse lecito pagare i tributi: «Rendete a Cesare quello che è di Cesare e a Dio quello che è di Dio». Per spiegare questa risposta, chiede di guardare proprio quale immagine fosse rappresentata sulle monete. «Ma sottintendendo – ha aggiunto – che oltre all’immagine di Cesare sulle monete, c’è un’altra, quella che ciascuno porta nel suo cuore, quella da “rendere a Dio”». È questa l’immagine da custodire, che dice dell’identità vera e profonda dell’essere umano ed è fatta dei doni ricevuti – «i “talenti” della celebre Parabola» – e delle scelte che ogni giorno definiscono e orientano la nostra vita.

E così, se il tributo da pagare con la moneta che porta il volto di Cesare sono gli impegni, le fatiche e anche le aspirazioni del “mondo”, ciò che è di Dio a che fare con la dimensione dello “spirito”. «Facendo però attenzione a non essere distratti da “idoli” o da ciò che ci allontana dall’essenziale del cuore: le relazioni con gli altri e quella con il Signore”», ha sottolineato il vescovo, ricordando con decisione, come «il Signore ci lascia sempre lo spazio per comprendere quando ci stiamo allontanando, quando ci lasciamo allontanare, quando dell’immagine di Dio che abbiamo nel cuore vediamo solo una deformazione». È il tempo propizio della Quaresima, quello di una conversione del cuore, quello di «un vero rinnovamento della nostra dimensione spirituale, delle nostre relazioni, della nostra vita».

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