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Che padre sono? Quante volte questa frase è rimbalzata nel cuore di migliaia di papà. E non solo in occasione della festa. “Che” – “padre” – “sono”. Tre parole che, messe in fila, aprono a un mondo di interrogativi.

Possiamo essere, per i nostri figli, padri come lo sono stati con noi i nostri? Come capire gli sbagli per correggerli o valorizzare quanto di buono, per ripetersi? A quale modello potersi ispirare?

Come in un grande puzzle, che, per comporsi, ha bisogno di pazienza, ordine e… inventiva. Dove però non è possibile vedere la figura finale per incastrare le tessere: è necessario immaginarla e disegnarla daccapo. Ancora di più oggi, dove si diventa padri – in media – a 35 anni: in un Paese dove si fanno sempre meno figli e lo “schema” di famiglia è cambiato.

Quello che non cambia è l’emozione di stringere tra le braccia un bambino appena arrivato. Eppure, non si tratta soltanto di “una gioia immensa”, come si sente spesso dire. Ma di un “dono”. Unico e irripetibile.

E, come un dono, va vissuto e in qualche modo restituito. Perché la paternità – come la maternità – non ha a che fare solo con il dato biologico. Del resto, proprio san Giuseppe testimonia una responsabilità genitoriale capace di rivolgersi anche di chi non è stato generato dalla propria carne. Una responsabilità che è personale e si gioca nella relazione. Ma che ha anche una dimensione sociale. Un esempio? Le competenze dei papà servono anche in azienda.

Lo dice l’Osservatorio Vita-Lavoro di Lifeed: l’ascolto (81%), l’empatia e la comunicazione (76%), la collaborazione (72%) sono qualità acquisite dai genitori che possono essere utilizzate anche dai lavoratori.

E se spese nella società civile possono aiutare a farla crescere.

Paolo Usellini, direttore dell’Ufficio Scuola della Diocesi di Novara

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