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Don Renato Sacco, consigliere nazionale di Pax Christi

«C’è un aggressore e un aggredito, e noi dobbiamo sostenere l’aggredito». Quante volte sentiamo, giustamente, ripetere questo ritornello. Da quasi un anno. Anche da autorevoli pensatori, giornalisti, opinionisti, politici e uomini di chiesa. Il tutto per arrivare a concludere: armi, armi, armi! In questi quasi 12 mesi di guerra anche l’Italia, con i suoi rappresentanti politici, ha scelto con fermezza la strada dell’invio delle armi. Non c’è stato un confronto politico. Riconosciamolo. E abbiano il coraggio di ammetterlo anche i politici, compresi quelli del nostro territorio. In Parlamento non c’è stata una discussione ‘politica’, ma solo una discussione sull’invio di armi. E tra l’altro, non ci è dato sapere che cosa invia l’Italia, perché è tutto segretato. E’ significativa la notizia riportata da Avvenire, lo scorso 26 gennaio della bocciatura (con 470 voti contrari su 630) al Parlamento europeo di una richiesta di mettere in campo sforzi diplomatici per la crisi ucraina. Commenta l’autore del pezzo, Marco Impagliazzo:  «Sembrerebbe che gli eurodeputati abbiano scelto di respingere l’idea stessa di negoziato, via maestra per la pace».

E’ una notizia scandalosa. Che conferma come i venti di guerra stiano soffiando forte. La guerra ha bisogno di consenso. Vale per Putin. Vale per Zelensky. Ma vale anche per la Nato e per l’Italia. Forse ci stiamo facendo l’abitudine alla guerra. In fondo ci si abitua a tutto…

E questo non vale solo per la politica ma, forse, un po’ anche per gli ambienti di ‘chiesa’.

Fatto salvo che la grande maggioranza della gente è contro la guerra ed è anche contraria al nostro coinvolgimento con l’invio delle armi; fatto salvo che papa Francesco non cessa in ogni modo e in ogni occasione di alzare la sua voce; resta un certo silenzio. Che viene rotto in alcuni casi con appoggi quasi incondizionati ad approvare quanto sta succedendo. Dopo aver taciuto, le grandi responsabilità anche italiane in Iraq e in Afghanistan. Dopo aver taciuto anche la vendita di armi a Putin: nel 2015, nonostante l’embargo europeo l’Italia ha venduto a Putin i Lince, prodotti dalla Iveco, per circa 25 milioni di euro. 

Ma quando girano tanti soldi, si rischia di mettere a tacere anche la coscienza. Si corre il rischio di arruolare  Gesù e i cristiani a sostegno della difesa armata in Ucraina e dimostrare la validità della vecchia teoria della ‘guerra giusta’. La guerra sembra una cosa di ‘buon senso’, di sano realismo. Dimenticando non solo i pericoli di un coinvolgimento delle armi nucleari, sempre più possibile. Ma dimenticando anche che il Vangelo ha ben altri orizzonti. Dimenticando che “noi annunciamo Cristo crocifisso, scandalo per i Giudei, stoltezza per i pagani”. (1 Cor. 1, 22-23).  Quando anche per i credenti la guerra è buon senso e il Vangelo non è realistico… allora sì, ci dobbiamo preoccupare. 

Alla marcia della pace nazionale ad Altamura, 31 dicembre scorso, abbiamo dato voce a obiettori di coscienza, dalla Russia e dall’Ucraina. 

Non sarebbe una bella scelta anche per la Chiesa, di questi tempi, dare voce e stare dalla parte di chi la guerra non la vuole fare? Di chi sceglie la nonviolenza?  E anche la polemica sulla partecipazione del Presidente Ucraino al Festival di Sanremo, potrebbe essere superata invitando sul palco donne e uomini obiettori di coscienza. Perché no? La pace è un bene pubblico, la guerra e le armi no.

Infine penso a Vitaly Alekseienko, condannato la scorsa settimana ad un anno di carcere in Ucraina  per il reato di ‘elusione del servizio militare durante la mobilitazione’. La stessa sorte spetterà ad altri 5.000 ucraini che hanno fatto la stessa scelta. Vitaly, 46 anni, cristiano, ha detto: «Credo in Gesù Cristo e nel suo comandamento di resistere al male senza violenza e di essere operatore di pace, come ci ha insegnato nel Discorso della montagna». 

Non c’è molto da aggiungere. 

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