La narrazione della Resistenza al nazifascismo nella nostra zona ruota spesso intorno a episodi che hanno segnato la storia italiana, come la Repubblica dell’Ossola oppure, quando si tratta di singoli protagonisti, guarda a chi ha scolpito il proprio nome per avere guidato politicamente e militarmente quella battaglia. Ma in realtà, tra coloro che hanno dato un contributo, ci sono tanti protagonisti silenziosi che, con le loro piccole azioni, hanno contribuito alla liberazione dal nazifascismo oppure ci aiutano a comprendere più pienamente quei giorni. Si tratta anche di figure ingiustamente ritenute minori, perché meno visibili o lontane da gesti clamorosi.
Una di queste figure è quella di don Secondo Falciola, cappellano dell’Eremo di Miazzina, ma anche autore di un diario che ha lasciato una testimonianza preziosa e poco esplorata della Resistenza nella zona del Verbano e della Valgrande. Pur già noto, è stato riscoperto e annotato criticamente da Pietro Punginelli, che ne ha fatto oggetto di studio nella sua tesi di laurea, per poi editarlo offrendolo al pubblico. Chi legge può così comprendere chi era don Falciola, cappellano per 61 anni all’Eremo di Miazzina, ma anche testimone di una delle pagine più tragiche della nostra storia: quella della guerra civile e dell’oppressione nazifascista nel nostro Paese.
Chi era don Falciola?
«Era prima di tutto un prete – dice Punginelli -, un pastore, mandato all’Eremo di Miazzina come “destinazione provvisoria” nel 1940 e rimasto lì fino alla morte. Stava accanto ai malati in un presidio sanitario che era anche un luogo di confine tra la zona controllata dai nazifascisti e quella dei partigiani della Valgrande. Da quell’osservatorio, don Secondo era immerso quotidianamente negli eventi bellici, guardando ad essi con preoccupazione e realismo. Il suo atteggiamento era quello di un prete che offriva aiuto concreto e supporto spirituale, mantenendo una posizione autonoma, lontana da ogni schieramento ideologico, ma saldamente ancorata ai valori umani»
Di che cosa parla il suo diario?
«È il racconto della quotidianità, di ciò quasi giorno per giorno gli accadeva intorno. Descrive con il suo sguardo personale le figure – fascisti, nazisti, partigiani – che don Secondo incontrava, e i fatti che gli scorrevano davanti. A volte parla però anche di fatti nazionali ed internazionali come li vedeva dal suo osservatorio.
In chiave locale è una testimonianza preziosa, che possiamo usare per comprendere meglio la Resistenza del Verbano e, allo stesso tempo, la risposta che ad essa fu data dai tedeschi e dai fedeli al regime di Mussolini. Confrontando ciò che sappiamo dalla storiografia con ciò che scriveva don Falciola, si ottiene un sorprendente approfondimento storico su quei giorni».
Don Falciola come si poneva in quel contesto?
«Era un uomo rispettato e ascoltato da tutti. La sua posizione gli permetteva di raccogliere viveri e medicazioni, di fungere da mediatore, di essere un riferimento per chi cercava conforto e rifugio, che fossero partigiani o fascisti. Una figura di collegamento, in tutti i sensi, capace di muoversi tra il ruolo religioso e quello civile, tra la cura delle anime e il sostegno alle vite in pericolo.
La Valgrande era rifugio e luogo di passaggio per fuggitivi, ex militari, partigiani e civili, e allo stesso tempo teatro di scorribande da parte dei fascisti. Don Falciola consigliava i primi e faceva da mediatore con i secondi. Era favorito in questo anche dal fatto che a Miazzina si trovava il quartier generale dei partigiani e che all’Eremo era presente un telefono, una sorta di linea rossa. Spesso era lui a ricevere le teleonate e a farsi portavoce delle richieste degli uni e degli altri».
Ci sono episodi particolari che emergono dal diario?
«Don Falciola racconta di aver ricordato a un tedesco, che si lamentava della brutalità di alcuni partigiani, quanto fosse difficile non provare ostilità verso chi aveva fucilato senza pietà 43 persone, in quello che oggi conosciamo come l’eccidio di Fondotoce e Baveno. Si parla anche dell’entusiasmo dei verbanesi, che volevano liberare la città come avevano fatto gli ossolani e avevano proposto proprio a lui il ruolo di mediatore. Ma c’è anche il suo sguardo sull’assassinio di don Rossi. Non gli era ben chiaro che cosa fosse successo, ma aveva perfettamente capito che si trattava di un prete ucciso per aver difeso la sua gente».
Che cosa ci insegna il diario su don Falciola e sulla Resistenza?
«Storicamente, è una testimonianza fondamentale, che permette di verificare fatti ed eventi e porta alla luce figure minori che sarebbero state dimenticate e di cui nulla sapremmo senza di lui. Don Falciola ci racconta anche la storia di un mondo in cui la Resistenza si faceva in molti modi, anche guardando al cuore degli uomini, un percorso che ha condotto alla pacificazione nazionale. È confortante leggere la storia di un prete che stava accanto a tutti e, attraverso la sua narrazione, avere uno spaccato umano di quei giorni: quello di un sacerdote schierato solo con la gente e con la giustizia».
Giorno dopo giorno: dall’8 settembre 1943 al 25 aprile 1945
Il diario di don Secondo Falciola è stato scritto tra il 1943 e il 1945 all’Eremo di Miazzina, dove il sacerdote esercitava il suo ministero come cappellano. In queste pagine, don Falciola descrive avvenimenti, sentimenti e sacrifici della gente del tempo con uno stile sobrio ma intenso, seguendo una sequenza temporale meticolosa e quasi quotidiana, dall’8 settembre 1943 fino al 25 aprile 1945.
Il documento, già noto agli studiosi locali (una prima edizione parziale apparve negli anni Ottanta per volontà del conte Carlo Rusconi Clerici, allora proprietario dell’Eremo), è stato ora rieditato e affrontato criticamente da Pietro Punginelli. Il suo lavoro incrocia la testimonianza del sacerdote gli eventi del tempo. Ne nasce uno sguardo inedito su episodi già noti, interpretati da un pastore che stava davvero in mezzo alla gente, ma anche su momenti poco ricordati o del tutto dimenticati.
Il volume, Don Secondo Falciola. Storia di un diario, può essere richiesto direttamente all’autore ([email protected], tel. 345 59041450). Il ricavato sarà interamente devoluto in beneficenza.
Il diario, corredato da un’introduzione di Antonio Maria Orecchia e da una prefazione di mons. Franco Giulio Brambilla, sarà presentato giovedì 10 luglio alle 21 presso la Casa della Resistenza di Fondotoce. In occasione dell’incontro, l’autore dialogherà con Gianmaria Ottolini e Paolo Crosa Lenz, collaboratori della Casa della Resistenza.