E se fossimo stati noi a fare il “tema” alla Maturità? Abbiamo girato la domanda ad alcuni autori che si sono misurati sulle tracce di quest’anno. Qui l’approfondimento di Maria Adele Garavaglia, premiata autrice di libri per ragazzi.
La storia del Gattopardo è ambientata nella Sicilia dei primi anni Sessanta dell’Ottocento, quando, a seguito della spedizione di Garibaldi, il Regno borbonico delle Due Sicilie cessò di esistere e, con un plebiscito popolare, venne annesso al Regno di Sardegna. Da qui, il 17 marzo 1861, la proclamazione del Regno d’Italia.
In realtà la tesi che sostiene l’autore viene espressa da una celebre frase di un quarto personaggio rilevante, che non compare nel brano, ma che viene evocato: si tratta di Tancredi, nipote del principe e fidanzato di Angelica che si è arruolato nelle file dei “picciotti” di Garibaldi, dopo lo sbarco in Sicilia, tra lo stupore e il disappunto dello zio, che lo vorrebbe lealmente schierato dalla parte del re borbonico. Ma Tancredi, con giovanile leggerezza, obietta “ bisogna che tutto cambi, se vogliamo che tutto rimanga così com’è”. In altre parole, secondo Tancredi, è venuto il momento, per la nobiltà siciliana, di gestire il proprio potere in modo diverso, per conservarlo. Si tratta di collaborare con il nuovo sovrano, con il nuovo tipo di governo, rinunciando ai privilegi tradizionali, per acquisirne di nuovi, entrare nella dialettica politica mettersi in gioco con una classe emergente, la borghesia, onde evitare la rivoluzione democratica che Garibaldi potrebbe innescare.
Tancredi non compare in questo brano, ma l’autore lo indica come il regista della deliziosa scena che descrive l’incontro di Angelica, fidanzata novella, con il principe Fabrizio, letteralmente conquistato dalla bellezza della giovane. Consapevole del suo fascino, Angelica lo usa anche a vantaggio del padre, ambizioso e ben determinato a migliorare, con questo matrimonio, la sua posizione sociale che potrebbe addirittura consentirgli di far parte della nuova classe dirigente italiana, nel Parlamento che si va formando proprio in quei giorni. Accompagnata dal padre, la ragazza fa il suo ingresso nella villa del Principe che l’attende con la sua famiglia, non certo ben disposta nei confronti di quella che ritengono solo una seducente “parvenue”. Angelica lo intuisce, per questo corre immediatamente a salutare il principe, stampandogli “ sulle basette due bei bacioni” e sussurrandogli l’appellativo con il quale Tancredi stesso lo chiama : “Zione”. Intanto sopraggiunge il padre, scusandosi per l’assenza della moglie, infortunata: in realtà si vocifera che sia bellissima, ma selvaggia e ineducata, inadatta da presentare in società. La goffa pretenziosità del padre contrasta con l’esuberante ma aggraziata spontaneità della figlia, che Fabrizio apprezza, come pure approva il matrimonio, convinto che i nobili siciliani, i “gattopardi” , siano destinati a soccombere davanti a una borghesia astuta e aggressiva: per questo, di buon grado, decide di stare al gioco. è fatalista e rassegnato a un destino che considera ineluttabile, preferisce studiare il cielo e le stelle, convinto della loro immutabilità.
L’autore, quando presenta Calogero Sedara, non può rinunciare all’ironia: il linguaggio si fa grossolano e l’uso del discorso diretto lo sottolinea: “Ha il collo del piede come una melanzana, Principe”, afferma giulivo, a proposito dell’incidente che non consentirebbe alla moglie di presenziare. Questo linguaggio esageratamente realistico avverte il lettore come, dentro gli abiti impeccabili del sindaco, in realtà ci sia una persona più scaltra che intelligente, più opportunista che sincera, più calcolatrice che lungimirante, che sbigottisce alla proposta del principe di far visita alla signora Sedara, inventando, lì per lì, un’altra incredibile scusa: “una emicrania, questa volta, che costringeva la poveretta a stare nell’oscurità”.
Don Fabrizio, sensibile al fascino femminile, ma anche convinto che la dote di Angelica potrà sostenere la carriera politica di Tancredi, si rallegra del fidanzamento e già vuol bene alla ragazza: ricambia i “due bei bacioni” con “genuino affetto”, perché, dice l’autore, in fin dei conti è un “cuore semplice”, che non disdegna di assaporare il profumo della gioventù: “ si attardò … a fiutare l’aroma di gardenia delle guance adolescenti”. è consapevole della grossolanità del padre don Calogero, che tiene nei suoi confronti un comico atteggiamento, tra l’amichevole e il deferente, è anche “definitivamente” aggiogato dalla bellezza della figlia che lo tratta con una confidenzialità complice ed esuberante, ma rispettosa.
Scritto all’indomani della caduta della Monarchia e pubblicato negli anni della giovane Repubblica italiana, il romanzo riflette sui conflitti sociali che interagiscono con i grandi cambiamenti politici e si chiede se essi siano reali o solo apparenti. Non manca anche di indagare le ripercussioni sulla psicologia e sulla visione della vita dei personaggi: Fabrizio, per esempio, rinuncia a seguire l’onda del cambiamento e si chiude in una cupa rassegnazione a quella che considera una fatalità, constatando amaramente quanto il successo sorrida ai furbi che abilmente, per parlare in metafora, saltano sul carrozzone vincente.
L’approfondimento, con le altre quattro prove dell’esame di maturità svolte da quattro autori, con le notizie dal territorio della Diocesi di Novara si potranno trovare sul nostro settimanale in edicola a partire da venerdì 20 giugno. Il settimanale si può leggere abbonandosi o acquistando il numero che interessa cliccando direttamente qui.