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Un itinerario in tre passi, tre passaggi chiave del processo educativo in una metafora ripresa dalla vicenda biblica della fuga dall’Egitto, perché «la strada per crescere verso l’età adulta della vita e della fede è come un esodo, per entrare nella terra promessa passando attraverso il mare e il deserto».
Li ha proposti il vescovo Franco Giulio che lo scorso martedì, all’istituto salesiano San Lorenzo, ha incontrato gli insegnanti delle Scuole Cattoliche di Novara. «Uscire dalla prima casa, passare attraverso il deserto, per entrare nella casa del futuro: questo è il cammino con cui si genera alla vita in formato grande», ha detto il vescovo.

E in questa dinamica il passaggio più complesso è il primo, quello dell’«uscita» del bambino che diventa adolescente dal grembo familiare. Al centro due parole chiave. Fiducia e responsabilità, che oggi «fatichiamo a trasmettere», proponendo ai piccoli l’immagine di un mondo dal quale bisogna essere protetti e dove il coraggio dell’assunzione di responsabilità e autonomia è sempre più procrastinata. «.La nostra generazione postbellica ha risparmiato alla generazione di fine Novecento il rischio e la fatica che ci aveva fatto crescere cercando nuove possibilità per tutti; la nuova generazione si dibatte in infinite opportunità ed è come paralizzata nelle scelte che contano».

In gioco ci sono i ruoli genitoriali. «La madre – ha detto il vescovo – trasmette la fiducia, il padre trasmette la responsabilità. Il buon legame tra marito e moglie trasmette l’armonia tra fiducia e responsabilità, tra piacere e impegno, tra bontà e generosità, tra custodia dell’identità personale e rischio dell’apertura alla società». E allora, sottolinea il vescovo, una famiglia che raccoglie vince la sfida educativa è molto spesso semplicemente «una famiglia dove nel rapporto di coppia c’è armonia».

Il secondo passo è quello del «passaggio»: la traversata nel deserto. E la parola chiave, qui, è «ereditare» come dinamica che prevede non solo una trasmissione e un’acquisizione di valori e responsabilità, ma un processo, anche faticoso, di riappropriazione da parte dei ragazzi. «Che a volte – mette in guardia – prevede anche un rifiuto dell’eredità trasmessa. Un rifiuto necessario per poi riappropriandosene facendola propria. Lo vediamo molto spesso per quanto riguarda i percorsi di fede, con ragazzi che arrivati all’età delle medie si allontanano dalla pratica religiosa dei genitori». Ereditare, dunque è un «noviziato», un rinascere di nuovo, ed insieme un «tirocinio», un mettersi alla prova.

L’approdo è una crescita in «responsabilità», che deve avvenire nello spazio dell’intimità di ognuno. È lì che «occorre coltivare il desiderio e non riempire il bisogno, insegnare ad attendere e non a pretendere subito, stimolare a preparare e non rincorrere l’immediato, accompagnare al rischio delle scelte e non a rinviare le decisioni, far attendere per domani un risultato più alto piuttosto che una facile conquista oggi». Ecco la grande prova del “deserto” del cammino educativo: «il timore e la prova, la mancanza (o il rifiuto dei beni) dei beni (i nuovi legami, l’infedeltà e l’innamoramento, l’attesa e l’anticipazione)».

A conclusione il vescovo ha poi fatto un appello agli insegnanti, e idealmente alle famiglie e a tutti coloro che hanno responsabilità educative. «Una parola conclusiva è rivolta alle famiglie, alla scuola e alle comunità cristiane: diamo molto tempo ad ascoltare e stiamo vicino ai giovani, abitiamo i loro spazi e incontriamo i loro desideri. Perché possano compiere l’avventuroso cammino che esce da una terra di dipendenza, passa attraverso l’età meravigliosa e perigliosa della crescita, per entrare nel paese della maturità umana. Bisogna che i giovani sperimentino ciò che la Scrittura dice a proposito del cammino che ha condotto Israele fuori dall’Egitto, percepito come un dono benefico e paragonato al primo volo dell’aquilotto sulle ali della madre, con cui prende sicurezza nel cielo: “Voi avete visto ciò che io ho fatto all’Egitto e come ho sollevato voi su ali di aquila e vi ho fatto venire fino a me”».

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