C’era la cattedrale gremita oggi, sabato 24 maggio, per partecipare alla festa per l’ordinazione presbiterale di due giovani del Seminario San Gaudenzio: don Francesco Antonio Fittipaldi e don Michele Balzaretti (qui la loro testimonianza di vocazione).
Insieme alle famiglie, ai superiori del Seminario – con il rettore don Marco Barontini che li ha presentati – alle comunità di origine – Trecate per don Francesco e Sant’Antonio a Novara per don Michele –, quelle di Borgomanero e Borgosesia, dove hanno vissuto l’anno di diaconato, ultimo tratto verso il sacerdozio, e tantissime famiglie, giovani e fedeli che li hanno incontrati e conosciuti durante i loro cammino di formazione e discernimento.
A presiedere il rito di ordinazione, nella messa solenne concelebrata da decine di sacerdoti diocesani, il vescovo di Novara Franco Giulio Brambilla, che nell’omelia ha proposto una riflessione sul sacerdozio, ma anche sulla vocazione a tutto tondo: al ministero ordinato e alla vita nel matrimonio cristiano. (Qui il testo integrale dell’omelia di mons. Franco Giulio Brambilla)
«Mi ami più di costoro?»
Lo ha fatto a partire dall’opera di una filosofa spagnola, Maria Zambrano, «che mi è capitato di rileggere proprio in questi giorni», e dal brano del vangelo di Giovanni letto durante la liturgia, nel quale Gesù per tre volte chiede a Pietro “Mi ami più di costoro?”.
«Cinquant’anni fa, in questo periodo, venivo ordinato sacerdote – ha raccontato il vescovo – e nell’immaginetta dell’ordinazione avevo scelto un passaggio di sant’Agostino che richiamava proprio a questo brano di Vangelo. Il santo di Ippona sottolinea l’amore più grande, quello che Gesù chiede a Pietro, venga ricompensato con una “fatica”: con un ministero. Perché “là dove l’amore è più grande, la fatica è minore”».
Ecco dunque, il cuore del sacerdozio per Brambilla, ma anche quello di ogni vocazione sincera, compresa quella al matrimonio: la risposta all’amore più grande. «La passione per gli altri, l’amore per la liturgia, il sentirsi parte di una comunità per un prete sono cose essenziali – ha detto -. Eppure da sole non bastano se non sono animate dall’amore più grande per il Signore». Un amore che è l’elemento essenziale del Risorto che si mostra all’uomo, «così come ha fatto ai discepoli e a Pietro e, invitandoli a mangiare insieme, e che cambia l’immagine del “Dio nascosto” dell’Antico Testamento. È questo aspetto sconvolgente che gli uomini non hanno capito e per questo lo hanno rifiutato: un Dio che è amore, l’amore più grande».
La triplice nascita dell’amore
E per leggere questo itinerario di amore, nell’esperienza personale di ognuno, il vescovo Franco Giulio ha voluto riprendere gli scritti di Maria Zambrano. «Una pensatrice purtroppo poco conosciuta – ha detto -, che ribalta il paradigma di fondo della filosofia novecentesca riguardo alla riflessione sull’uomo che si fonda sul dato della sua finitezza, del suo limite: la morte». Invece, per Zambrano «l’uomo non è essere “mortale”, ma un essere “natale”», ciò che segna la sua condizione è la nascita e la sua è una chiamata a nascere e rinascere ancora, attraversando e vivendo tre momenti.
«Anzitutto il “Deliro”. Nel senso più letterale della parola: l’uscire dal solco, “andare fuori”. È l’esperienza che vediamo fare a tanti nostri adolescenti, ma che può riguardare tutti i momenti della vita, anche di un sacerdote. È uno smarrirsi per strada, nel cercare una strada nuova, una nuova identità».
Poi c’è il secondo passo che è quello della «disnascita». Un momento di chiusura, di rifiuto quasi auto-protettivo di fronte alle sfide, anche dolorose, della vita.
«Rinascere»
Ed infine – è questo l’approdo – la «rinascita», il riprendere in mano la propria vita nascendo ancora, prendendo consapevolezza della propria storia nella storia di chi ci è a fianco («dite grazie – ha detto Brambilla – ai vostri genitori, educatori e a tutti coloro che vi hanno voluto bene»), nel segno di un amore più grande che fa da guida. «Cari Francesco e Michele, è proprio questo l’augurio che vi faccio oggi che diventate presbiteri».