Aprendo qualcuno tra i molti codici liturgici del periodo medievale, conservati nell’archivio storico diocesano e nell’archivio capitolare della Cattedrale, ciò che spesso colpisce – anche l’occhio inesperto – è un senso di cura, di attenzione, di bellezza, che traspare da quegli antichi fogli di pergamena.
Un senso di bellezza che possiamo cogliere nei contenuti, nell’andamento e nella cura della grafia, nell’impaginazione, ma in modo ancor più evidente nelle decorazioni e nelle miniature che impreziosiscono il testo.
Il “vero” che viene letto, annunciato, cantato, da quelle pagine si trasfigura nel “bello” di delicati capilettera e straordinarie miniature, così come tutta l’azione liturgica deve tendere al bello – non come vano estetismo ma come apparire del vero – al fine di condurre il partecipante al “buono”. Aprire un messale, un vesperale, un antifonario o uno dei qualsiasi codici liturgici tra IX e XV secolo quasi come plastica rappresentazione, la stretta connessione tra “verum, bonum et pulchrum” della filosofia dell’evo di mezzo.
Recentemente, la cosiddetta “via pulchritudinis” è stata riscoperta e riproposta come possibile cammino di evangelizzazione e dialogo tra fedi e culture. La stessa “arte sacra” – di cui anche le miniature nascoste tra i fogli di un messale sono significativa espressione – può diventare, secondo le parole di Giovanni Paolo II “un formidabile strumento di catechesi”, importante per “rilanciare il messaggio universale della bellezza e della bontà”.
Anche Francesco, per il giubileo degli artisti, affermava che “l’arte non è un lusso, ma una necessità dello spirito. Non è fuga, ma responsabilità, invito all’azione, richiamo, grido. Educare alla bellezza significa educare alla speranza”. Una necessità dello spirito resa su pergamena da sconosciuti artisti, perché nel medioevo l’anonimato letterario e artistico era la norma prevalente.
Il grande poeta gesuita inglese Gerard Manley Hopkins scrive: “Il mondo è carico della grandezza di Dio. / Essa brillerà come il bagliore della lamina scossa”; con ciò si rimarca che la missione comune a tutti gli artisti è di “scoprire e rivelare quella grandezza nascosta”, renderla percepibile agli occhi e ai cuori. Nella stretta connessione tra bellezza e bontà, possiamo segnalare la straordinaria riflessione di Pavel Florenskij, presbitero e filosofo russo, morto martire del regime sovietico nel 1937; in questo modo commenta un tratto del capitolo quinto del vangelo di Matteo: «I vostri “atti buoni” non vuole affatto dire “atti buoni” in senso filantropico e moralistico: “tà kalà erga” vuol dire “atti belli”, rivelazioni luminose e armoniose della personalità spirituale – soprattutto, un volto luminoso, bello, di una bellezza per cui si espande all’esterno “l’interna luce” dell’uomo, e allora vinti dall’irresistibilità di questa luce, gli uomini lodano il Padre celeste, la cui immagine sulla terra così sfolgora».
Questo ci riporta anche ad un concetto fondamentale, contenuto nella Genesi, che caratterizza in modo peculiare il senso ebraico e cristiano della creazione, quindi di tutto l’esistente. “Dio vide che era cosa buona” leggiamo nella traduzione italiana, ma il termine ebraico “tov” significa che una cosa è “bella e buona”, indicando non tanto una qualità morale, quanto la perfetta corrispondenza con la volontà di chi ha operato, in questo caso del divino autore; anche la traduzione greca usa il termine “kalòs”, che unisce in sé il senso di una bellezza esteriore e di un valore morale.
Tutto dunque esce dalle mani di Dio come “bello e buono”; nel dramma della caduta e della rottura dell’armonia iniziale si inserisce nella storia umana la tragedia del “brutto e cattivo”. Fa parte dunque dell’opera della redenzione e della collaborazione umana a tale opera, lavorare per il bello, affinché anche il buono vinca.
Il mistero Pasquale rappresenta un momento decisivo in quest’impresa divino-umana. Per questo la Chiesa ha sempre cercato di viverlo e di presentarlo nella dimensione simbolica della liturgia e dell’arte.
Il vertice della bellezza si rivela nel volto del Figlio dell’uomo, il crocifisso, immolato sulla Croce, paradossale ma reale rivelazione dell’amore infinito di Dio che, nella sua misericordia per l’umanità e tutto il creato, ripristina la bellezza sbiadita e offuscata (ma non definitivamente perduta) con la frattura originale.
Anche le immagini che vediamo in queste pagine, piccoli ma straordinari frammenti di una grande storia, rientrano in questa prospettiva: quella di una bellezza che nutre, che educa, che illumina, che salva.

Don Paolo Milani, Direttore dell’Archivio Storico Diocesano
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