I lunghi applausi per le scrittrici saggiste vincitrici del Premio Lesa sono stati la conferma che la giuria ha fatto un ottimo lavoro: la seconda edizione conferma come il Premio Lesa per la saggistica femminile stia diventando un punto di riferimento nel panorama letterario italiano. Un premio certo per le donne, ma soprattutto per far “scoprire” piccole gemme letterarie che meritano di arrivare al grande pubblico di lettori appassionati.
Le premiate sono state: Irene Soave con “Lo Statuto delle Lavoratrici” (Bompiani) – Categoria: Saggio su temi scientifici o di attualità, premio Herno; Rachele Ferrario con “La Contesa su Picasso” (La Tartaruga) – Categoria: Biografia, premio Ricola; Azzurra Rinaldi con “Come Chiedere l’Aumento” (Fabbri Editori) – Categoria: Saggio su temi scientifici o di attualità, premio Speciale Soroptimist Alto Novarese, Margherita Toffa con “Non perder tempo a piangere” (Solferino) – Categoria: Memoire, premio esordiente Comune di Lesa, Vera Gheno con “Grammamanti” (Einaudi) – Categoria: Saggio su temi scientifici o di attualità, premio Lesa Web Radio.
Nel cuore di un mondo che comunica a ritmi sempre più serrati, le parole diventano centrali per comprenderci, definirci e relazionarci. L’autrice di Grammamanti ha ricevuto il premio Lesa Web Radio per la sua appassionata riflessione sul linguaggio.
Intervista a Vera Gheno
La radio ha premiato il suo saggio, perché crediamo che la parola e il linguaggio siano strumenti potentissimi. Secondo lei, qual è la loro importanza oggi?
Vera Gheno: Oggi le parole sono forse più importanti che mai. Viviamo immersi nell’era della comunicazione e non solo le figure pubbliche, ma tutte le persone sentono il bisogno di maneggiare la parola con più consapevolezza. La nostra reputazione passa dalle parole, ma anche la costruzione del sé e delle relazioni. Le parole sono il nostro modo di comprendere un mondo sempre più complesso: sono una guida.
In questo contesto, ha notato un cambiamento nell’uso ostile del linguaggio, specialmente online?
Vera Gheno: Dobbiamo superare l’idea che l’essere umano sia un “buon selvaggio”. Una parte di cattiveria ci appartiene, è dentro di noi. Il digitale rende l’odio più visibile: dietro uno schermo, senza volto e senza conseguenze fisiche, molte persone si sentono impunite. E così nascono leoni e anche leonesse da tastiera. Serve però sfatare anche il mito dell’impunità: è possibile risalire a chi scrive certe cose. Personalmente, evito di rispondere agli insulti, ma ora che mi avvicino ai cinquant’anni sto anche pensando di denunciare. A volte certe persone capiscono solo se gli tocchi il portafoglio.
Come si diventa “grammamanti”, questa figura così evocativa che ha inventato?
Vera Gheno: Essere grammamanti vuol dire avere una relazione d’amore con le parole. Non serve per forza una formazione accademica: serve curiosità verso il mondo. Certo, io sono stata fortunata, perché conosco molte ligue e ho vissuto in posti diversi; quindi, ho avuto più occasioni di aprirmi. Ma chiunque può diventare grammamante, perché le parole ci circondano ovunque.
L’italiano è davvero la lingua più bella del mondo?
Vera Gheno: No, non lo è. Ogni lingua è bella perché permette alle persone di esprimersi e relazionarsi. La bellezza non è oggettiva: è qualcosa di personale. Altrimenti ci innamoreremmo tutti delle stesse persone. C’è un detto ungherese che dice: “ogni sacco trova la sua toppa”. Le lingue sono così: ci si affeziona a quella in cui si è amati, in cui si ama. Tutte le lingue sono belle.