Un teologo che diventa pastore senza smettere di pensare, e un pastore che pensa solo per servire il Vangelo: questo potrebbe essere, in sintesi, il messaggio circolare e simbolico del “Vescovo Teologo” mons. Franco Giulio Brambilla, nell’evento a lui dedicato a Novara.
La sua riflessione teologica, maturata negli anni della docenza accademica e poi trasfigurata nell’esercizio del ministero episcopale, si è concentrata in modo particolare su due grandi assi portanti: la cristologia e l’antropologia teologica. Non come capitoli separati di un sistema, ma come luoghi intrecciati di un’unica domanda: che cosa accade all’uomo quando incontra Gesù Cristo? Questo è stato il punto di ancoraggio nella scelta del suo motto episcopale tratto da un’opera di sant’Ambrogio: Loquamur Dominum Iesum (Raccontiamo il Signore Gesù).
Il centro del suo pensiero è infatti una convinzione tanto semplice quanto esigente: Gesù non è un oggetto del discorso teologico, ma il soggetto che racconta l’uomo a se stesso. Da qui l’insistenza sul verbo “raccontare”, che attraversa il suo magistero come una cifra costante. Raccontare il Signore Gesù non significa solo parlarne, ma lasciarsi coinvolgere dalla forma narrativa del Vangelo, nella quale l’identità umana non è definita da un’essenza astratta, bensì da una storia abitata dalla relazione.
In questa prospettiva prende forma un’antropologia profondamente relazionale e trasformativa: l’uomo non è mai un io autosufficiente, ma un essere generato dall’incontro, custodito da legami affidabili, continuamente esposto alla parola dell’altro e di Dio. È un umanesimo cristiano che rifiuta tanto l’individualismo quanto la fusione indistinta, e che trova nella famiglia, nella comunità e nella Chiesa i luoghi concreti in cui l’umano può essere imparato, ferito e rigenerato.
Anche la sua cristologia si muove in questa direzione. Il Cristo che egli pensa e annuncia non è mai separato dalla vicenda storica dell’uomo, né ridotto a simbolo religioso. È il “Vivente”, il Risorto che conserva i segni della passione e li rende sorgente di senso. La croce, spesso evocata con l’immagine biblica del roveto ardente, non è per lui un incidente superato, ma il luogo incandescente in cui Dio e l’uomo si incontrano senza annullarsi. Da qui nasce una teologia che non teme la complessità, che non cerca scorciatoie consolatorie, ma accompagna il credente dentro le domande della storia.
Questa impostazione teologica ha avuto conseguenze pastorali decisive. Per il Vescovo Brambilla la pastorale non è mai applicazione di principi, ma discernimento di esperienze vissute. Il prete è chiamato a credere attraverso il ministero, non malgrado esso; la comunità cristiana è generativa solo quando diventa spazio di ascolto, di parola e di riconciliazione; la Chiesa stessa è credibile quando sa abitare le fragilità senza smarrire la gioia del Vangelo.
I due volumi a lui dedicati – Maestri e amici. Legami affidabili e Come un roveto ardente – restituiscono con efficacia questa figura complessa e unitaria: un pensatore che ha imparato la teologia dai maestri, ma anche dagli amici; un vescovo che non ha mai trasformato il sapere in potere, ma lo ha consegnato come servizio ecclesiale; un uomo che ha saputo tenere insieme rigore intellettuale e delicatezza pastorale.
In un tempo segnato da semplificazioni e polarizzazioni, la testimonianza teologica di mons. Franco Giulio Brambilla ricorda alla Chiesa che pensare la fede è già un atto pastorale, e che il Vangelo continua a essere credibile solo quando riesce a raccontare l’umano dall’interno, come una storia ancora aperta alla speranza.

Don Silvio Barbaglia, Biblista dell’Issr e dell’Ita di Novara
Il servizio, con altri articoli provenienti dalla Diocesi di Novara, si trova sul nostro settimanale in edicola e online da venerdì 6 febbraio. Il settimanale si può leggere abbonandosi cliccando qui.
Lascia un commento