Sostenibilità è uno dei termini più ricorrenti e per alcuni versi abusati nel dibattito economico, nei programmi delle istituzioni e nella comunicazione delle imprese. La sua crescente popolarità, però, non coincide sempre con una comprensione altrettanto precisa. Più viene utilizzata, più rischia di trasformarsi in un contenitore generico che richiama attenzione ambientale o responsabilità sociale senza chiarire davvero che cosa significhi per un’azienda. Nel suo significato più rigoroso, la sostenibilità riguarda invece la capacità di generare valore nel tempo senza compromettere le risorse ambientali, sociali ed economiche su cui quel valore si fonda. Non è un capitolo separato né un semplice adempimento normativo.
È un criterio che entra nel modo in cui un’impresa prende decisioni, organizza la propria attività e costruisce relazioni lungo la filiera. Per capire che cosa significhi davvero parlare oggi di sostenibilità nelle imprese abbiamo interpellato Deborah Zani, studiosa dei temi della governance aziendale e autrice di un volume (ne parliamo nel box accanto) dedicato proprio a questo argomento e nel quale analizza come le scelte organizzative, giuridiche e strategiche possano integrare la sostenibilità ambientale e sociale nei processi decisionali delle aziende.
Con lei abbiamo provato a chiarire che cosa significhi oggi parlare di sostenibilità e quali siano le implicazioni per un sistema produttivo fatto in gran parte di piccole e medie imprese, come quello italiano e soprattutto quello del nostro territorio. Perché la sostenibilità, al di là delle parole, riguarda ormai tutti: imprese, lavoratori, consumatori e comunità.
Partiamo dalla definizione di sostenibilità. Come la spiegherebbe a un imprenditore?
«La sostenibilità è una trasformazione necessaria per restare attrattivi nel futuro, verso partner, collaboratori e mercato. È la capacità dell’imprenditore di avere una visione sistemica e integrare questo criterio nelle decisioni dell’azienda.
Richiede tre livelli di intervento. Il primo è strutturale: ripensare l’organizzazione per inserire la sostenibilità nei processi decisionali. Il secondo è culturale: passare dalla compliance all’ownership, facendo della sostenibilità parte del DNA aziendale. Il terzo è strategico: utilizzarla come criterio nella scelta dei fornitori, nella pianificazione finanziaria e nella gestione quotidiana. Non è solo un adempimento normativo, ma un modo di operare che deve generare valore per l’impresa e per la comunità. È un percorso progressivo che può diventare anche un vantaggio competitivo».
Nel libro lei sostiene che non sia più decisivo chiedersi se convenga essere sostenibili, ma chi possa permetterselo. Che cosa è cambiato da questo punto di vista negli ultimi anni?
«Le implicazioni normative sono aumentate, soprattutto per le grandi imprese, anche se il Green Deal ha avuto rallentamenti. La direzione europea però resta chiara. C’è anche una certa stanchezza nel dibattito e molta confusione dovuta al greenwashing. In diversi settori è stato fatto molto ma comunicato poco, mentre le certificazioni non sono sempre comprensibili per i consumatori.Allo stesso tempo cresce l’attenzione dei giovani, anche nella scelta del datore di lavoro. Banche e assicurazioni premiano le imprese più sostenibili e aumentano i bandi pubblici per sostenere la transizione. Il contesto offre opportunità, ma le aziende devono essere in grado di coglierle».
Perché la sostenibilità non può essere delegata a un ufficio o a un consulente esterno, come spesso gli imprenditori hanno la tentazione di fare?
«Perché è prima di tutto una questione di governance. Non riguarda un progetto separato, ma il modo in cui l’impresa prende decisioni e definisce le proprie priorità. Se la sostenibilità non entra nel governo dell’azienda resta un’iniziativa accessoria. Deve essere integrata nei valori, nei processi e negli obiettivi strategici. L’esempio del leader è decisivo, perchè la sostenibilità richiede una visione di lungo periodo.
Gli aspetti tecnici o normativi possono essere supportati da consulenti esterni, ma la responsabilità deve restare interna».
L’Italia e la nostra zona è fatta di piccole se non piccolissime imprese. Come la questione sostenibilità si rapporta in questo scenario?
«A mio avviso hanno un grande potenziale. In Italia potrebbero nascere distretti della sostenibilità, grazie alla concentrazione di competenze in alcune aree produttive. Collaborando tra loro, anche tra concorrenti, e con il supporto delle associazioni di categoria, le imprese potrebbero creare molto più valore per il territorio. Nei settori dell’agroalimentare, del tessile o dell’artigianato esistono già tutte le condizioni per sviluppare modelli più sostenibili ma la collaborazione locale è ancora limitata».
Quali le priorità per le nostre imprese nei prossimi cinque anni?
«Devono individuare i temi di sostenibilità più coerenti con il proprio core business. Poi definire obiettivi misurabili e comunicarli in modo chiaro ai collaboratori. In sintesi, la sostenibilità deve essere creata, misurata e governata. Governarla significa integrarla nelle decisioni dell’azienda e responsabilizzare le persone che ne fanno parte».
Come capiremo, tra dieci anni, se un territorio come il nostro avrà imboccato la strada della sostenibilità?
«Dal livello di benessere collettivo. Se sempre più persone avranno accesso a prodotti e servizi sostenibili, vorrà dire che il cambiamento è diventato reale. Ma lo noteremo se settori diversi riusciranno a costruire filiere più responsabili e a generare vantaggio competitivo per l’intero territorio. In quel momento la sostenibilità non sarà più uno slogan ma un elemento strutturale dello sviluppo economico».
Il servizio dedicato al tema della sostenibilità e delle imprese, in riferimento al territorio del Diocesi di Novara, in primo piano sul nostro settimanale, a partire da venerdì 13 marzo, con l’intervista a Deborah Zani, l’approfondimento dedicato alle imprese Zamasport, Cimberio e Fratelli Negri e l’intervento di Carlo Robiglio.
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