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Il dolore e la speranza non come elementi in contrapposizione, ma come due spazi collegati, con il primo che apre al secondo. Per coloro che vivono la malattia, ma anche per chi è chiamato a prendersi cura di chi soffre.

Ne ha parlato il vescovo Franco Giulio Brambilla, alla messa per la Giornata Mondiale del Malato, presieduta in ospedale a Novara oggi, 11 febbraio e concelebrata dal parroco dell’ospedale don Michele Valsesia [qui il suo editoriale sulla Giornata del Malato 2023] e dal cappellano don Lorenzo Benedetti.

Nel segno della Madonna di Lourdes

Presenti i vertici della sanità locale, medici, operatori sanitari, volontari dell’Avo e soprattutto tanti fedeli che nella chiesa di San Michele hanno voluto ritrovarsi un momento di spiritualità nel segno della devozione mariana: si festeggia oggi, infatti, la festa della Madonna di Lourdes. E proprio con una preghiera eucaristica nello stile del santuario francese, la celebrazione si è conclusa.

«Imparare dalla vita che ci tocca»

«Spesso – ha detto il vescovo – intendiamo il dolore solo come una cosa fisica. Ma il dolore, o per meglio dire la sofferenza, è qualcosa che va oltre questo aspetto. Dice di ciò che sopportiamo, di ciò che patiamo. Anche nella lettera agli Ebrei, si legge (riferita a Gesù ndr.) “pur essendo Figlio, imparò tuttavia l’obbedienza dalle cose che patì”». Per il vescovo è questo il nodo per trovare un nuovo stile nel confrontarsi con la malattia e con i malati. Anche e soprattutto quando la condizione di fragilità ci riguarda in prima persona. «Si tratta – ha proseguito il vescovo – di imparare dalla vita che ci tocca. Mettendosi in ascolto della vita stessa, delle situazioni che ci troviamo ad attraversare. “Obbedire”, significa proprio questo: “Sentire”».

Un atteggiamento, quello indicato dal vescovo, che sembra contraddire i valori promossi dal discorso pubblico e dalla cultura oggi dominante, per la quale ognuno vale per quello che fa, «eppure – ha sottolineato con forza Brambilla – non siamo solo il prodotto di quello che abbiamo fatto, di ciò che abbiamo costruito o di ciò per cui ci siamo impegnati. Siamo anche quello che abbiamo sopportato, quello che abbiamo “patito” e che ci ha cambiato».

Tre volti della compassione per chi cura

Ascoltare ciò che la vita ci porta a dover affrontare, quindi. Ma anche ascoltare chi ci è vicino e il mondo che ci circonda. Tre volti di quella che il vescovo – riannodando un discorso iniziato a Cannobio, per la festa della Pietà –, ha chiamato «compassione» e che valgono per tutti, ma soprattutto per coloro che ad ogni livello ha una responsabilità nell’opera di cura e accompagnamento di chi soffre.  

«Anzitutto, la compassione verso l’altro. Lo dico con le parole dal cardinal Martini, scritte da Gerusalemme, poco dopo la fine del suo episcopato milanese: fin quando ciascuno non si farà carico del dolore dell’altro, è difficile che possiamo far crescere dentro di noi la compassione, superando le forme dell’inimicizia, dell’aggressività, dell’offesa, dell’estraneità, dell’alterità dell’altro, fino all’offesa tragica della guerra». Poi la compassione verso se stessi. È questo l’atteggiamento che nasce dall’ascolto di ciò che la vita ci porta a patire.

«È difficile aver compassione di sé e l’unico modo per vivere bene questo aspetto è lasciarsi guardare con gli occhi della misericordia di Dio». Ed infine la compassione per il mondo, invito che nasce dalla constatazione di come oggi il giudizio, anche feroce precede ed ignora la comprensione, l’ascolto con la testa e con il cuore. «Guardate i toni dei commenti che si leggono sotto i post sui social o sui siti internet. Tutti sono esperti. Tutti giudicano e attaccano! Oggi più che mai serve comprendere prima di giudicare», con quella comprensione che si fa vera compassione.

L’apertura alla speranza

Ecco, dunque, se il dolore diventa lo spazio dell’ascolto e della compassione, può aprire alla speranza. «Il “patire” diventa non più un’esperienza di passaggio, da concludere il prima possibile o, se è incurabile, da rimuovere. Ma diventa una sfida per l’anima. Un percorso di crescita spirituale. Per chi è malato e per chi cura».

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