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Francesca Giordano, Presidente dell'Ente gestione Sacri Monti del Piemonte
Francesca Giordano, Presidente dell’Ente gestione Sacri Monti del Piemonte

Grand tour, un nome che evoca alla mente viaggiatori d’un tempo – aristocratici, alto borghesi, poeti, letterati e artisti – che dai paesi d’oltralpe, tra XVIII e XIX secolo, scendono in Italia per compiere il loro Viaggio, quello con la ‘V’ maiuscola. Un viaggio formativo che li avrebbe condotti lungo il nostro paese alla scoperta delle grandi e maestose rovine della classicità, delle più note piazze e dei più famosi edifici del Rinascimento, delle amenità e asperità naturalistiche. A quest’Italia “maggiore”, più celebre e conosciuta, si affianca anche un’altra Italia, solo apparentemente minore, estranea ai più ampi giri, ma capace di attrarre le anime sensibili. È questo il caso del nostro territorio e in particolare di quelle realtà, complesse e affascinanti, che sono i sette Sacri Monti piemontesi, Varallo, Crea, Orta, Oropa, Ghiffa, Domodossola e Belmonte. Luoghi ancor oggi sospesi nel tempo, plasmati a favore della devozione popolare, ove arte, architettura e natura si fondono insieme. Questi percorsi devozionali, costituiti da cappelle entro le quali affreschi e statue a dimensione naturale mettono in scena, come attori su di un palco, la vita di Cristo o della Vergine, sono realtà ben più complesse di quel che potrebbe sembrare. I Sacri Monti infatti hanno saputo rinsaldare e definire i caratteri identitari di più territori, rivelandosi come un vero e proprio fenomeno culturale e artistico di grande respiro.

Alla luce di tali premesse, compiamo anche noi il nostro viaggio, il nostro moderno e atipico grand tour, che, di articolo in articolo, ci condurrà alla (ri)scoperta dei sette Sacri Monti piemontesi. Indossiamo dunque le vesti di quei viaggiatori europei e iniziamo questo itinerario da quel “Monte Calvario di Domo d’Ossola su la via dei Svizzeri”, prendendo in prestito le parole del celebre scrittore inglese Samuel Butler, grande estimatore e studioso dei Sacri Monti. Nell’Ottocento infatti, con l’apertura della nuova strada del Sempione, fortemente voluta da Napoleone, Domodossola diviene tappa d’obbligo per numerosi viaggiatori, tra i quali il pittore e incisore anglosassone Samuel Prout (1783-1852), artefice di splendide vedute urbane (compresa quella raffigurante la piazza Mercato di Domodossola). Nel suo taccuino di viaggio così descrive, nel 1831, il complesso domese: “Nei pressi della città sorge un Sacro Monte, chiamato Calvario, lontano miraggio e meta agognata del pio pellegrino, con le sue mirabili sculture in grandezza naturale”.

Prout giunge al Sacro Monte, sorto poco dopo la metà del Seicento sulla spinta della predicazione di due frati cappuccini, Gioacchino da Cassano e Andrea da Rho, che seppero interessare e coinvolgere la comunità domese, in un momento di vera e propria rinascita del complesso. Pochi anni prima infatti, nel 1828, il conte Giacomo Mellerio aveva proposto ad Antonio Rosmini di eleggere il Calvario quale sede per il suo nascente Istituto della Carità. Con l’arrivo dei rosminiani, il Sacro Monte, completamente abbandonato in età napoleonica, viene recuperato e vengono avviati i lavori di costruzione delle cappelle ancora mancanti. Tra gli artisti che, nel corso dei secoli, hanno contribuito con la propria arte a definire l’identità artistica del Calvario va annoverato lo scultore Dionigi Bussola, attivo in più Sacri Monti. A lui spetta il gruppo in terracotta della Deposizione dalla croce, plasmato con abilità tale da ricreare, attraverso la naturalezza dei gesti e l’intensità dei volti, una tessitura d’affetti e tensioni psicologiche che, ancor oggi, cattura lo sguardo e l’attenzione.

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