Nell’ultimo decennio il numero di persone accompagnate dalla Caritas è aumentato del 61 per cento. Lo certifica il Rapporto 2026, che fotografa una povertà sempre meno marginale e sempre più intrecciata con il lavoro e con le fragilità della classe media (ne parliamo a pagina 63).
Nel Paese i working poor, i lavoratori poveri, sono raddoppiati tra gli assistiti: dal 13,3% del 2015 al 24% di oggi. La vulnerabilità si addensa soprattutto nell’età della piena maturità professionale: circa un terzo degli assistiti ha tra i 35 e i 54 anni. Avere un impiego non basta più per garantire sicurezza economica e prospettive di vita.
Il nodo, dunque, non è più soltanto creare occupazione. È costruire lavoro di qualità, capace di generare produttività, salari adeguati e mobilità sociale. In questo quadro l’arrivo di Silicon Box a Novara (ne parliamo a pagina 2 e 3), con un investimento superiore ai tre miliardi di euro, assume un valore che supera la dimensione economica. È l’occasione per una metamorfosi profonda del modo in cui il territorio produce ricchezza e ridefinisce il proprio tessuto sociale.
Ma crescita e innovazione non sono automaticamente sinonimo di equità. Come osserva l’economista dell’Università del Piemonte Orientale Eliana Baici, il progresso tecnologico può accentuare le disuguaglianze se non viene accompagnato da un forte investimento nelle persone. L’accesso diffuso all’intelligenza artificiale e alle nuove tecnologie può diventare invece uno strumento di emancipazione, a condizione che sia sostenuto da alfabetizzazione digitale e formazione continua.
La sfida contro il declino, il lavoro povero e la stagnazione passa dunque da qui: dalla capacità di educare, formare e non lasciare indietro nessuno.
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